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Anche le bancarotte, come i divorzi altrui, sono in genere più recenti di quanto uno pensi: meno di due anni sono passati dalla morte violenta di Roberto Calvi e dal crollo del suo impero finanziario. Il libro di Rupert Cornwell è un esempio di abile giornalismo, ma non si può definire un'opera di storia contemporanea: non solo il clamore provocato dagli eventi descritti da Cornwell, ma gli stessi procedimenti giudiziari che ne sono seguiti sono in gran parte ancora aperti e suscettibili di ulteriori sviluppi; è difficile appurare i tratti riguardanti le operazioni di Calvi in un mondo come quello delle banche, pieno di manovre segrete compiute da gente amante della segretezza. Manca quasi completamente il genere di documenti che uno storico considererebbe essenziali. L'esistenza di stretti legami tra la Banca Vaticana, l'Istituto per le Opere di Religione, e alcune delle transazioni ai margini della legalità operate da Calvi a nome del Banco Ambrosiano rendono auspicabile, ai fini della comprensione del crollo dell'Ambrosiano, la conoscenza dell'attuale organizzazione finanziaria del Vaticano. In questo senso il libro di Lai, benché a prima vista più aneddotico di quello di Cornwell, è il benvenuto: l'autore ha già pubblicato un'opera molto documentata sulle finanze papali all'inizio del secolo, e mostra una solida conoscenza delle istituzioni del Vaticano. Lai concentra la propria attenzione su un periodo, dalla fine degli anni cinquanta all'inizio degli anni settanta, più lontano nel tempo rispetto a Cornwell. Questi copre un campo notevolmente più esteso: per importanti che possano essere stati il Vaticano e la sua banca nella carriera di Calvi, questa si è sviluppata sullo sfondo di scenari più ampi, quelli del sistema bancario internazionale e della vita politica italiana.
Si sarebbe tentati di affermare che i due libri si integrano a vicenda, ma ciò avviene solo in modo approssimativo ed episodico a causa della natura controversa e oscura della materia.
Se entrambe queste opere rappresentano un serio tentativo di fornire informazioni le cui fonti sono in genere specificamente indicate, altrettanto non si può dire del libro di Richard Hammer, basato, a quanto pare, su ricordi e materiali inediti di un funzionario della polizia di New York: si deve supporre che si basi in parte su conversazioni intercettate dalla polizia, in parte su deposizioni rese da criminali. Non so proprio come sia possibile, senza una conoscenza approfondita degli archivi della polizia americana, verificare le affermazioni contenute nel libro di Hammer: certo l'autore non tenta mai di valutare la veridicità o meno di affermazioni che possono essere state fatte solo da criminali e, nel caso che ne abbia accolte alcune e scartate altre, non fornisce alcun indizio sul modo e sulle motivazioni della sua scelta. Il risultato è un libro che si legge come un romanzo, e che come tale ha da essere trattato. Ci vuole ben altro che la parola del signor Hammer per convincermi che veramente il cardinale Tisserant, che a quanto ne so non aveva alcun legame istituzionale con la finanza vaticana, abbia convocato in Vaticano un gruppo di criminali americani per chiedergli personalmente di rubare o falsificare titoli per un valore di un miliardo di dollari, allo scopo di rivenderli a profitto sia del Vaticano sia (cosa ancora più incredibile) della Banca d'Italia. Tisserant avrebbe inoltre detto a questi delinquenti che lui e il vescovo Marcinkus si aspettavano, come loro fetta della torta, una parte pari a centocinquanta milioni di dollari. Non so come il signor Hammer pretenda che si presti fede a storie di questo genere: quanto a me le respingo non perché sono grossolane e improbabili, ma perché non viene data alcuna spiegazione soddisfacente sulla natura delle prove su cui sono basate. Il libro del signor Hammer ha comunque un suo peculiare interesse come esempio di fantasia inventiva.
Il caso Calvi ha avuto ramificazioni così estese da assumere quasi le dimensioni di uno scandalo politico, dove per scandalo politico intendo una sorta di ragnatela di presunte incrinature apertesi a diversi livelli all'interno del governo e della società in Italia. Con questo non voglio dire che il crollo del Banco Ambrosiano sia stato decisamente uno scandalo politico e che inequivocabilmente abbia posto i politici italiani sul banco degli accusati: una tale affermazione sarebbe opinabile, n‚ il crollo dell'Ambrosiano può essere paragonato, poniamo, al caso Lockheed. Certo è che il legame di Calvi con Licio Gelli lo ha coinvolto nello scandalo della loggia P2, così come i collegamenti tra le sue compagnie bancarie all'estero e lo Ior hanno generato sospetti di indebite ingerenze vaticane nel sistema bancario italiano. Né sono mancate le voci, puntualmente riportate da Cornwell, che Calvi abbia distolto dal fondo ambrosiano somme assai consistenti per finanziare partiti italiani, ottenendo in cambio la protezione di diversi politici, tra cui l'attuale presidente del consiglio: affermazioni assai difficili da dimostrarsi, come sempre accade quando scoppia uno scandalo politico, e troppo spesso Cornwell nel suo libro deduce da un colloquio tra Tizio e Caio che Tizio ha concluso con Caio un accordo ben preciso, fedele al principio del concorso di colpa che sta alla base di ogni giornalismo scandalistico.
Dobbiamo riconoscere a Cornwell che, se sopravvaluta l'importanza di legami come quelli con Gelli, si attiene poi a un atteggiamento di prudente moderazione al momento di tirare le conclusioni, quando alla fine del suo libro attribuisce anche all'"aberrazione dei tradizionali metodi di governo italiano" la responsabilità della riuscita degli imbrogli di Gelli: un giudizio moderato e, a mio parere, condivisibile, soprattutto per quanto riguarda i difetti e le lacune delle leggi che regolano il sistema bancario e commerciale italiano.
Su tutto il caso Calvi pesa il sospetto, magari ingiustificato, della cospirazione. Un'idea, quella della cospirazione, che ha sempre ossessionato la vita politica del mondo occidentale fin dalla rivoluzione francese e che possiede la straordinaria capacità di proliferare in una serie di costruzioni collegate l'una con l'altra e nello stesso tempo in contraddizione l'una con l'altra: dal mito tradizionale di una nefasta cospirazione contro la società cristiana ad opera dell'ateismo massone e radicale, a quello di un'altrettanto nefasta cospirazione della destra che vedeva congiurati cattolici e massoni, fino a una cospirazione della destra stavolta non più nefasta ma benefica.
Ben prima del fascismo, e prima ancora che il comunismo facesse la sua comparsa sulla scena della storia, in Europa era comunemente accettata l'idea che esistessero questi complotti politici, e il caso della P2 ha mostrato che la situazione non è cambiata affatto. Una variazione sul tema della cospirazione che ha avuto conseguenze terribili è stata quella che configurava un complotto ebreo-massonico, noto come "I protocolli dei savi di Sion" e che tanta parte ha svolto nella storia dell'antisemitismo nel nostro secolo, mentre l'ipotesi di un complotto tramato in collusione da massoni e gesuiti risale al periodo del Terrore della rivoluzione francese. Abbia o no fondamento reale l'idea che la P2 fosse diretta da persone strettamente legate al Vaticano, certo è che si adatta a meraviglia a uno stereotipo assai antico, il che mi induce a ritenere che il principio del concorso di colpa non si dovrebbe applicare in questo caso: gli elenchi di nomi non sono sufficienti. Costituisce invece una novità di oggi, a quanto mi risulta, l'idea che non la massoneria ma la mafia sia il partner del Vaticano nelle losche macchinazioni che questi avrebbe tramato: da questo punto di vista il libro di Richard Hammer ha il dubbio onore di avere creato un nuovo precedente mitologico.
Cornwell si muove su un terreno più sicuro nel supporre l'esistenza di un legame tra la Banca Vaticana, lo Ior, e le attività bancarie fraudolente a cui Calvi si dedicava all'estero, ma ben difficilmente potremo mai conoscere con esattezza la vera natura della cooperazione tra lo Ior e le compagnie bancarie ombra create da Calvi in Europa, nei Caraibi e in Sud America. Certo è che praticamente nessun chiarimento ci viene dalle famose "lettere di 'patronage'" emesse dal Vaticano in una seconda fase dell'affare, così come non è chiaro in quale misura lo Ior abbia avuto rapporti di effettiva partecipazione con le compagnie organizzate da Calvi in Lussemburgo, a Panama e in Liechtenstein: il fatto che la Banca Vaticana abbia accettato un certo margine di responsabilità finanziaria nei confronti dei creditori di Calvi farebbe tuttavia pensare che vi sia stata una certa responsalità legale.
Quanto all'ipotesi che Marcinkus e gli altri prelati vaticani coinvolti nei rapporti con Calvi (e prima ancora con l'altro bancarottiere Sindona) fossero innocenti ecclesiastici caduti nelle reti di imbroglioni senza scrupoli che approfittarono della loro ignoranza della normale pratica bancaria, si tratta di una tesi che si può anche sostenere, e certo nel libro di Lai non mancano indizi che alcuni dei prelati che si occupano dello Ior (Marcinkus compreso) mancassero delle conoscenze tecniche di base dell'attività bancaria. Sarebbe però sbagliato supporre che il sistema bancario vaticano sia sempre stato gestito in modo dilettantesco e che nel corso della storia la Santa Sede non abbia accumulato un suo bagaglio di esperienza in questo campo. Al contrario, in confronto all'esperienza bancaria internazionale del papato quella dei Baring e dei Rothschild appare un'esperienza di novellini: il papato assunse un ruolo di protagonista nel credito internazionale già nel medioevo, più di un secolo prima che i Medici entrassero nel mondo bancario, e anche dopo il Rinascimento e la Controriforma la corte romana mantenne per secoli un'organizzazione che rendeva necessaria una conoscenza approfondita delle tecniche bancarie, n‚ è un caso che nel XVI e XVII secolo più di un papa provenisse da famiglie di banchieri italiani. È vero che la fine dello stato pontificio nel 1870 rappresentò una vittoria del capitalismo dell'Italia settentrionale, ma sarebbe sbagliato dedurne, come sembra fare Cornwell, che in quell'occasione la sconfitta della Chiesa sia stata provocata dalla sua incomprensione dei principi del capitalismo liberale: il fatto è che la fine di uno stato porta con sé la fine delle istituzioni finanziarie che ad esso sono più strettamente legate, e nel 1870, con la liquidazione a Roma di tali istituzioni, gli istituti creditizi ad esse più strettamente collegati ricevettero un duro colpo.
Dopo il 1870 il Vaticano si trovò a dover riorganizzare su nuove basi le proprie finanze, che per secoli erano state gestite su scala italiana e non internazionale, un problema che non ha ancora ricevuto una soluzione soddisfacente: potrà sembrare un ritardo eccessivo, ma le politiche papali generalmente si sviluppano su tempi lunghi. In parte alle necessità operative del Vaticano in campo finanziario si provvide attraverso l'associazione con banche, come il Banco di Roma, gestite da persone gradite alle autorità ecclesiastiche: il termine così spesso usato di banchiere cattolico mi sembra che ponga più interrogativi di quanti ne risolva. Gli inconvenienti legati alla dipendenza dalle banche italiane devono essere diventati evidenti durante la guerra, in cui il Vaticano mantenne una posizione di neutralità, anche se, a detta di Lai, la riorganizzazione nella forma attuale dell'Istituto per le Opere di Religione, avvenuta nel 1942, non fu dettata immediatamente dall'esigenza di disporre di una banca vaticana indipendente.
Il Concordato del 1929 assicurò una nuova emissione di capitali ad opera dello stato italiano ma non risolse i problemi finanziari del Vaticano, che neppure in tempi relativamente recenti è riuscito a risolverli su scala italiana, nonostante la posizione di privilegio di cui le istituzioni vaticane hanno sotto molti aspetti beneficiato in Italia dopo il 1945: anzi, certe svolte recenti della politica governativa italiana hanno danneggiato gli interessi finanziari della Santa Sede, per esempio la decisione del 1968 di tassare gli investimenti del Vaticano. D'altra parte, a partire dal Concilio Vaticano II (che a sua volta costituì un'operazione estremamente dispendiosa per il papato), la politica internazionale della chiesa si è fatta più intraprendente e più costosa: i viaggi del papa all'estero, insieme all'intensa attività diplomatica che li accompagna, hanno provocato un notevole aumento delle spese, tanto più che sono diventati un aspetto normale e ricorrente della politica papale. Anche il collegio dei cardinali è oggi veramente internazionale, come non era mai stato dopo l'alto medioevo, e lo stesso declino del precedente carattere italiano del collegio e della curia non mancherà di avere conseguenze finanziarie.
Resta aperto il problema se il Vaticano riuscirà a inserire le sue finanze in uno scenario internazionale e non solo italiano. Qualora dovesse riuscirvi, sarebbe il ritorno a una situazione di cui il papato non godeva più da qualcosa come sei secoli, ben prima della Riforma. In base agli scarsi dati a disposizione l'"obolo di San Pietro", che in tempi moderni è stato il principale strumento con cui la chiesa universale ha risposto alle esigenze finanziarie di San Pietro, negli ultimi vent'anni non ha mostrato alcuna tendenza alla crescita, ma è stato caratterizzato da una certa stagnazione. Le cifre relative alle finanze vaticane pubblicate dopo il 1982 hanno rivelato pesanti disavanzi, e l'annunciato accordo tra lo Ior e i creditori del defunto Banco Ambrosiano non avrà certo migliorato la posizione della Santa Sede. È anche certo che i negoziati tra il governo italiano e il Vaticano relativi al concordato firmato quest'anno avranno effetti finanziari, ma il nuovo quadro finanziario resta assai oscuro.
Restano un mistero i motivi che hanno indotto i dirigenti vaticani dello Ior a prestarsi alle oscure manovre di Calvi. È possibile che in quel periodo i bisogni finanziari del Vaticano fossero così pressanti da indurre i suoi agenti a trattare con figure poco affidabili come Sindona e Calvi in vista di "sùbiti guadagni": il capitale a disposizione dello Ior era, a quanto pare, assai ridotto secondo gli standard delle grandi banche internazionali, e questo può aver portato i suoi dirigenti ad accettare rischi che si sarebbero dovuti giudicare inaccettabili. Il Vaticano si è rivelato particolarmente vulnerabile di fronte alle attenzioni di Calvi e di Sindona, soprattutto a causa della ridicola mania della rispettabilità esteriore e delle ostentazioni di decoro che caratterizza gli speculatori di quel tipo, e che ha indotto uno dei personaggi che più spesso ricorrono nel libro di Cornwell a tutelare la propria onorabilità chiedendo a un tribunale l'abolizione dei passi che lo riguardavano. A chiunque abbia familiarità con la storia delle finanze vaticane l'idea che la familiarità con gli alti prelati conferisca automaticamente a un banchiere una grande rispettabilità sociale apparirà non solo discutibile ma del tutto assurda. È una strana idea che l'onorabilità dipenda dal tempo trascorso nelle anticamere dei monsignori romani.
Negli ambienti bancari internazionali la consistenza approssimativa delle risorse dello Ior doveva essere nota, per cui la valutazione della situazione creditizia dell'Istituto doveva essere basata su questo e non sul mito di una chiesa favolosamente ricca.
Gli altri partecipanti al gioco clandestino organizzato da Calvi con le sue banche esterne sembrano essersela cavata meglio di quanto meritassero. Più di una volta Cornwell, nel descrivere certi aspetti di questa attività bancaria di Calvi, come la fondazione di compagnie bancarie ombra gestite da uomini di paglia o il trasferimento di forti somme di denaro da un gruppo ombra all'altro secondo il sistema a prestiti incrociati, li definisce "normale pratica bancaria". Le rispettabilissime banche internazionali che avevano prestato grosse somme a Calvi, per poi pentirsene, sono state quasi tutte partner degli uomini ombra di Calvi in accordi di questo tipo. Il mondo delle attività bancarie incentrato sull'esportazione di capitali è così profondamente coinvolto nell'evasione delle leggi fiscali e valutarie delle singole nazioni che è ovviamente difficile per chiunque operi nel settore distinguere tra i Calvi e i Sindona e gli operatori veramente rispettabili. Se la Banca Vaticana è stata truffata da Calvi, avrà almeno la magra consolazione di sapere che la stessa sorte hanno subito all'incirca una ventina di altre banche rispettabili.
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