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IL VOTO IN SICILIA: TUTTI VINCITORI, NESSUN VINTO

Per un cittadino disavvezzo alle alchimie della politica, la lettura del voto siciliano di domenica diventa un esercizio davvero difficile, poiché, come il solito, tutti hanno vinto e nessuno ha perduto.

Nel bailamme post-elettorale siciliano gli esponenti dei partiti, invece d’impegnarsi in un’analisi oggettiva del voto, si affannano a sfilacciare i propri risultati e a ridurre quelli altrui, secondo la convenienza politica o addirittura personale, poiché si vuole a tutti i costi allontanare lo spettro di un istituto altamente democratico e civile, purtroppo caduto in disuso, qual è quello delle dimissioni in caso di sconfitta elettorale.

Eppure, dal voto per l’elezione dei presidenti e dei consigli delle otto province siciliane (l’unico omogeneo per bacino territoriale) emergono verità matematicamente inconfutabili e conferme più o meno evidenti d’incipienti tendenze elettorali.

Sul piano generale si può affermare che la sostanziale conferma delle forti posizioni della Casa delle libertà (poiché di questo si tratta, nulla di più e nulla di meno) costituisce un fattore di bilanciamento rispetto all’avanzata, piuttosto lineare e pronunciata, del centro sinistra registratasi nelle diverse realtà delle regioni continentali.

Come dire: il problema “elettorale” della Sicilia si ripropone come questione politica strategica per ogni seria ipotesi di cambiamento o di alternanza del potere in Italia.

All’interno del dato della CdL, si evidenzia la tendenza a perdere (anche in Sicilia) del partito del “principe”, cioè di Forza Italia, che cede consensi a vari partiti della coalizione, in particolare a due neo-formazioni che si richiamano all’ex PSI (Nuova Sicilia e Nuovo PSI, per l’appunto) che insieme totalizzano un 8,1% e in minima parte a UDC.

Sarebbe molto interessante analizzare le cause determinanti l’incipiente declino di Forza Italia, soprattutto in una regione come la Sicilia considerata basilare per il successo del berlusconismo.

Si tratta di voti “smarritisi” che ritornano a casa o di delusione per i risultati mancati?

Oppure di segnali eloquenti di forze torbide che non si ritengono più sufficientemente “garantite” dai vari proconsoli di Berlusconi?

O, più semplicemente, la stella del Cavaliere si sta offuscando, com' è giusto che sia in un Paese democratico che non può sopportare a lungo il predominio sul sistema politico di una persona che considera la politica come un “campo” in cui coltivare e tutelare affari personali e il governo come clava per minacciare chi osa contrastarlo nel suo disegno.

L’altro dato intrigante è l’affermazione (un po’ scontata in verità) dell’UDC che, soprattutto alla Regione, consente a Cuffaro d’affrancarsi dal complesso d’inferiorità rispetto a Miccichè e al neo-partito democristiano di proiettarsi come leader della coalizione di centro destra, oggi in concorrenza con FI, domani, chissà, come antagonista.

Fantasie? Può darsi. Tuttavia, in assenza di una ripresa del centro-sinistra capace di riequilibrare i rapporti di forza fra i due poli, non è da escludere che una tale evoluzione si possa verificare, anche in dissonanza col quadro di riferimento nazionale.

La Sicilia – d’altro canto - è stata sempre considerata un “laboratorio” della politica italiana.

In ogni caso, in Sicilia la questione che più inquieta (una vera e propria anomalia) è la realtà del centro sinistra che in queste elezioni non è uscito dalle secche del 34%, rimanendo distanziato di 30 punti percentuali dalla CdL. Si può disquisire su qualche timido segnale di ripresa o giocare con i confronti più favorevoli, ma la realtà dei numeri è quella che conta. Da rilevare, in aggiunta, un dato costante (tranne per Caltanissetta) e inversamente proporzionale: mentre nella CdL la percentuale dei candidati–presidenti è inferiore a quella conseguita dai partiti della coalizione, nel caso del centro-sinistra la percentuale dei candidati-presidente è superiore, ovvero le candidature hanno attutito l’impatto negativo derivante dal rapporto, evidentemente non facile, esistente fra partiti del centro-sinistra e settori importanti della società siciliana.

Da questa realtà bisogna partire per avviare, dopo i ballottaggi, un’analisi cruda e a tutto campo, per cominciare ad abbozzare un nuovo, credibile progetto di sviluppo per la Sicilia, in alternativa al “liberismo” affaristico propugnato dalla CdL, capace di suscitare l’interesse delle forze migliori dell’imprenditoria e di mobilitare le energie vitali del popolo siciliano, prime fra tutte le masse giovanile e i ceti diseredati delle grandi città che bisogna affrancare dalla perniciosa influenza della demagogia corruttiva del Polo.

La crisi del centro sinistra siciliano è anche crisi delle idee, di ambizioni mobilitanti, aggravata da incoerenze comportamentali e, forse, da una certa sfiducia nel cambiamento.

Oltre al “progetto”, ci vogliono uomini e donne capaci di garantirne l’attuazione. Chi è stanco o inadeguato lasci ad altri il difficile compito di riscattare l’onore della sinistra e il futuro della Sicilia.

Agostino Spataro

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