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SICILIA - ABOLIRE L'AUTONOMIA

di Agostino Spataro

Mentre a Roma il centro destra annuncia (o minaccia) una nuova stagione di riforme che potrebbero assestare un duro colpo alla coesione nazionale e agli assetti istituzionali e costituzionali del Paese, in Sicilia governo e forze politiche sembrano volersi attestare su una linea di difesa passiva della specialità dello Statuto autonomistico. Sarebbe questo un modo, un pò furbesco in verità, per chiamarsi fuori dall’imbarazzante scontro che potrebbe svolgersi anche all’interno della maggioranza governativa.

Purché nessuno tocchi le prerogative dell’autonomia siciliana, naturalmente. Altrimenti la classe politica isolana, all’unisono, è pronta ad alzare le barricate.

Ovviamente, ciascuno è libero di difendere anche l’indifendibile. Tuttavia, trattandosi di una faccenda che riguarda il presente e il futuro dei siciliani, bisognerebbe spiegare ai cittadini a cosa è stata ridotta l’Autonomia e soprattutto a che cosa e a chi serve.

E’ ancora uno strumento di emancipazione e di autogoverno del popolo siciliano com’era nelle pie enunciazioni dei “padri” dello statuto?

O è stata usata per innalzare un asfissiante recinto intorno all’Isola per non far passare “il vento del nord” e determinare un contesto locale disgiunto da quello nazionale, da gestire “autonomamente”, ovvero da un blocco di potere affaristico e parassitario che ha imposto alla Sicilia una sorta di regime “a sovranità limitata”?

Interrogativi legittimi che la gente si pone, ma che non sembrano sfiorare i gruppi dirigenti isolani, politici e imprenditoriali; come se la Sicilia fosse il migliore dei mondi possibili. Per talune ristrette elites forse lo è davvero. Sicuramente non lo è per le nuove generazioni che continuano ad emigrare per motivi di studio e di lavoro, molti dei quali partono per non ritornare poiché non riescono più ad immaginare, a programmare il loro futuro in Sicilia.

L’Isola sta perdendo le forze e le risorse intellettuali migliori, quelle non tutelate dalla raccomandazione clientelare e dal nepotismo di ritorno o che rifiutano di sottomettersi al sistema di potere dominante nell’economia e nella società.

Quando si giunge a tanto, penso che il sistema sia arrivato al capolinea. Basterebbe questo solo dato per qualificare questi 56 anni di autonomia speciale.

Ma c’è dell’altro, soprattutto nei settori di competenza primaria, nei quali la Regione si fa Stato.
I risultati sono sotto gli occhi i tutti: da un’amministrazione regionale elefantiaca, largamente improduttiva ad una sanità costosa quanto inefficiente; da una programmazione urbanistica che ha favorito la rendita parassitaria e l’abusivismo edilizio che, oltre a sfigurare l’immagine delle coste e di tanti paesi, hanno bruciato, deviandola, una massa ingente di capitali privati che potevano essere orientati nei settori produttivi ad una politica idrica, gestita all’insegna di un’eterna emergenza, che lascia senz’acqua intere province; dalla disastrosa politica industriale e mineraria ad una rete di trasporti antiquata, scoordinata, lenta, tecnologicamente fuori mercato, che si vorrebbe, di colpo, migliorare con la trovata propagandistica del ponte sullo Stretto, ecc,ecc.

In realtà, lo Statuto (per altro largamente inapplicato) e la Regione, quale ente derivato, pur essendo dotati di poteri e prerogative davvero speciali, al limite della dimensione statuale, non hanno corrisposto agli obiettivi costituzionali e alle legittime aspettative del popolo siciliano: la Sicilia era ed è rimasta indietro rispetto al quadro evolutivo del sistema Italia, fortemente proiettato verso l’integrazione europea e i mercati internazionali.

I magri progressi, che pure ci sono stati, non sono riusciti a colmare lo storico divario fra la Sicilia e il Paese. Questo dovrebbe essere il punto principale di verifica, poiché questo era lo scopo primario dello Statuto e delle ingenti risorse finanziarie destinate alla Sicilia.

Evidentemente, l’autonomia non garantisce la crescita in modo automatico. Ciò lo si deduce anche dal confronto con le altre regioni a statuto speciale.

La condizione socio-economica della Sicilia non è assimilabile a quella di Valle d’Aosta, Trentino- Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, nelle quali si è verificato un salto davvero clamoroso a livello del reddito, dello sviluppo industriale, agricolo e turistico e della qualità dei servizi, dovuto più che all’uso sapiente dell’autonomia (che pure ha influito) all’espansione del sistema economico padano verso quelle regioni (nord-est). A controprova, possiamo citare il caso della Sardegna la quale, pur avendo realizzato una gestione più sobria dell’autonomia - non è riuscita a recuperare il divario iniziale.

In entrambi i casi si conferma l’opinione che, alla lunga, non è la specialità degli Statuti che garantisce lo sviluppo, ma il contesto economico di riferimento.

Sicilia e Sardegna, infatti, sono prima di tutto regioni meridionali e, in quanto tali, subiscono gli effetti di un modello economico e politico perverso che assegna al Mezzogiorno un ruolo subalterno di fornitore di braccia e di cervelli, di area di consumo e non di produzione.

Complessivamente considerato, il bilancio dell’Autonomia non è positivo, addirittura in Sicilia questo strumento, che tante speranze aveva acceso, è divenuto un serio limite allo sviluppo.
Più che una specialità perequativa, il regime autonomistico è divenuto una dannosa anomalia che, in quanto tale, sarebbe meglio superare nel quadro, appunto, dell’annunciata riforma costituzionale dello Stato.

Agostino Spataro

* Pubblicato in “La Repubblica/Palermo del 12 settembre 2003 sotto il titolo “Oltre l’Autonomia”.

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