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AUSTRALIANI DI SICILIA

Sydney è una metropoli (4 milioni di abitanti) prospera e bellissima, tagliata in due dai rami contorti di una baia incantevole che s’inoltra fino alle pendici delle secolari foreste che la circondano; è una grande distesa di verde che si stende, placida, fra due immense macchie di blu: quella più tenue e increspata del mar di Tasmania e quella più intensa delle “Blue Mountains”.

Città orizzontale e con un indice elevato di qualità della vita, riesce ad essere funzionale al ruolo impostole di vera e grande capitale d’Oceania. Vista dall’alto, non sembra un comune spazio urbanizzato, ma un enorme bosco che racchiude una distesa di ville e villini, di parchi e giardini già fioriti in questa calda primavera degli antipodi. L’unica vera “emergenza” in vetro-cemento è il centro direzionale, ovvero un ciuffo di grattacieli scintillanti che si affacciano sul porto, sovrastando l’elegante imponenza dell’Opera House.

Qui vive ed opera una dinamica comunità di siciliani disseminata per la vastità urbana che si ritrova nei tanti social club e nelle numerose associazioni regionali e/o paesane.
Questa di Sydney è una delle tante Sicilie, (ri) prodottesi nel mondo in oltre un secolo di emigrazione, che vivono la loro vicenda umana e sociale fra tradizione e modernità, fra struggenti nostalgie per la terra natia e desiderio d’affermarsi ai massimi livelli della società ospite. Qui s’incontra gente che passa, con disinvoltura, dalle processioni di San Rocco ai casinò e ai campi di golf più esclusivi.

Dall’Unità ad oggi, le “due Sicilie” dei Borboni si sono moltiplicate per cinque o per dieci! E fra le tante, questa d’Australia m’è parsa la più sana e prospera, la meglio accettata dalla società locale, nella quale si è pienamente integrata, fino a raggiungere ottimi livelli di status e di rappresentanza.

Per altro, mi ha colpito il fatto che in Australia, terra di migranti, per indicare un nuovo venuto non si usa il termine “immigrato”, ma quello più ospitale di “new australian” che, in quanto tale, sarà assistito e aiutato ad inserirsi. Purché abbia le carte in regola, altrimenti per i clandestini la tolleranza è vicina allo zero, come sanno i 400 disperati afgani da due anni rinchiusi in un campo di raccolta in una sperduta isoletta nell’oceano, in attesa di rimpatrio.

Insomma, i siciliani – più precisamente “gli australiani di Sicilia” poiché quasi tutti hanno acquisito, volenti o nolenti, la nazionalità australiana - sono ben inseriti nell’economia e nella società che non fa loro pesare quella sorta di “peccato originale” della mafiosità con cui ancora vengono bollati i siciliani in altre parti del mondo, anche a causa di un’ingiusta generalizzazione che non distingue fra vittime a carnefici della mafia.

Ma torniamo al viaggio, alla ricerca di questa Sicilia impiantata in Australia, in questo Paese-continente grande 20 volte l’Italia e con soli 19 milioni di abitanti con un Pil pro-capite di 25.000 euro.

Alla Bayside di Leichhart, dove s’ammira uno dei più incantevoli tramonti sulla baia, pranzo con un gruppo d’intraprendenti operatori economici siciliani a “Le Montage”, l’elegante stabilimento per banchetti e intrattenimenti di proprietà del signor Filippo Navarra, da Poggioreale, un paesino in provincia di Trapani che qui conta una colonia di circa tremila emigrati.

Le Montage è una sorta di nave ammiraglia di una piccola “flotta” di locali di lusso, distribuiti nei sobborghi di Sydney, che ogni settimana sfornano una media di 17.000 pranzi. L’ultimo, un confortevole castello, è stato acquistato il mese scorso.

Il caso del signor Navarra non è l’unico. Altri ve ne sono a Sydney e dintorni; così come a Melbourne, a Perth e perfino nelle zone agricole dell’interno, come ad Orange dove un emigrato dal catanese ha creato una grande azienda ortofrutticola (2.500 ettari), divenendo il primo produttore australiano e mondiale di mele.

Di ognuna di queste “fortune” ti raccontano la storia che, depurata da qualche comprensibile eccesso d’orgoglio, è un pò sempre la stessa vicenda fatta di fatica e intelligenza, di successi strappati con le unghie dopo decenni di rinunzie e sofferenze; caratteristiche tipiche del modo di essere dei siciliani che quando - come in Australia - incontrano condizioni propizie riescono a dare risultati davvero eccellenti.

Non si tratta di fortune improvvise, e pertanto sospette, ma di solide iniziative costruite nel tempo e alla luce del sole, nel contesto di un mercato fortemente concorrenziale e di un’economia sana e globalizzata, quasi interamente proiettata nell’area del Pacifico, ossia verso il nuovo polo che si sta aggregando con l’obiettivo di guidare lo sviluppo mondiale nel secolo corrente.

Quanti sono i siciliani nella “terra dei canguri”? Secondo le stime più attendibili, intorno ai 100 mila. “Su circa 800.000 italiani di prima generazione, i siciliani saranno almeno il 15%” - ci dice Francesco Giacobbe di Piedimonte Etneo, docente dell’Università di Sydney e presidente dell’Italian Forum, un’importante punto di riferimento culturale per l’intera comunità italiana.

La gran parte sono arrivati nel ventennio 1950-70 e si sono insediati nei sobborghi delle grandi metropoli (oltre Sydney, Melbourne, Perth, Adelaide, Brisbane), dove svolgono importanti attività commerciali e artigianali e taluno anche industriale, mentre i loro figli e nipoti mirano più in alto, ai vertici delle professioni liberali, delle istituzioni finanziarie e politiche del Paese.

E già si nota qualche risultato. A cominciare dai Parlamenti (federale e statali) nei quali siedono almeno una decina di deputati di origine siciliana. Ne incontro alcuni nella sede della Camera del New South Walles (Sydney) nel corso di un affollato pranzo per la raccolta di fondi per la campagna elettorale laburista. Fra questi l’on. Giuseppe Tripodi, di famiglia eoliana, che m’illustra i rilevanti successi conseguiti dal governo laburista diretto da Bob Carr, un leader prestigioso in ottimi rapporti con la comunità italiana, e la giovane neo eletta deputata Angela D’Amore, originaria di Graniti, in provincia di Messina, che parla, in un dialetto dal sapore antico, ad una grande platea di facoltosi siciliani riuniti per una cena di gala organizzata dall’Associazione “S. Antonio di Padova” (protettore di Poggioreale) per raccogliere fondi per la costruzione di un centro di assistenza per anziani dal costo di sei milioni di dollari au.

A farmi da guida in questa ricerca sono due influenti imprenditori: Jack Di Lorenzo, da Salaparuta, proprietario di una grande azienda (la “Di Lorenzo Ceramics”) con 150 dipendenti e un fatturato davvero rilevante e Vince Licata attivissimo dirigente dell’associazione “Trinacria” e industriale tessile, con interessi anche in Pakistan, il quale ha deciso di trasferire parte della sua attività nella natia Ribera. Due uomini, due storie esemplari di siciliani che in questa terra hanno conseguito un successo sicuramente meritato.

Partiti, giovanissimi e un po’ “alla disperata”, dai rispettivi paesi d’origine hanno fatto la gavetta dell’emigrato e costruito, pezzo dopo pezzo, delle solide realtà economiche e produttive.

“Con le nostre ceramiche, quasi tutte importate dall’Emilia, e con i nostri piastrellisti pavimentiamo il 30% delle case che si costruiscono a Sydney - mi dice, orgoglioso, il signor Di Lorenzo sulla terrazza dell’esclusivo Club del golf di Baulkham Hills - Abbiamo uno stabilimento modernissimo, un piccolo gioiello di architettura inserito in una zona strategica per lo sviluppo industriale e commerciale della metropoli. A parte il dato economico, c’è da considerare il prestigio che la nostra azienda ha acquisito presso le più importanti istituzioni politiche e finanziarie del Paese…”

Mi mostra un invito a partecipare a un convegno con i massimi rappresentanti del governo federale, della finanza e dell’economia australiani (una specie di Cernobbio), indetto dal “Melbourne Institute” e dall’Università di Melbourne.

Una bella soddisfazione per uno che quando è arrivato (40 anni fa) da Salaparuta aveva in tasca un solo dollaro e che per i primi tre anni ha dormito in un fetido sottoscala!

La vicenda di Vincenzo Licata presenta un percorso più intricato, simile a quello che molti siciliani hanno seguito: dalla Sicilia all’inquieta America latina e da lì il salto in Australia.

Il signor Licata, è il primo che sta compiendo un grande passo verso la Sicilia. Non è il ritorno, ma qualcosa di più impegnativo: creare un’industria in Sicilia, ovvero tentare di mettere in pratica la parola d’ordine, da lui stesso lanciata in uno dei tanti congressi dell’Usef, dell’emigrazione intesa come “risorsa”, ossia come fonte di esperienze industriali e mercantili maturate all’estero e da trasferire nell’Isola per metterle al servizio del suo sviluppo economico.

E così, sfruttando i benefici previsti dalla legge n. 488, questo industriale emigrato sta realizzando a Ribera una fabbrica tessile che ha già un mercato assicurato: quello australiano che lui conosce a mena dito, con la prospettiva di espandersi in altri europei e nordamericani.

Vincenzo ha le idee chiare e una volontà granitica. E’ consapevole che il suo è un tentativo difficile, ma di grande valore simbolico, a cui guardano gli altri operatori economici emigrati. Se dovesse andare bene, forse per la Sicilia si aprirà una nuova via per la rinascita, a partire dall’Australia.

Agostino SPATARO - 27/10/03

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