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IL MIRACOLO INDECENTE (DI VINCENZO CONSOLO)

«Italia mia, benché ’l parlar sia indarno/ a le piaghe mortali/ che nel bel corpo tuo sì spesse veggio...»

Sembra che Petrarca, in questa Canzone all’Italia, non dica delle guerre tra i signori medioevali che assoldavano mercenari calati d’oltralpe, ma parli delle «piaghe mortali», inflitte nel «bel corpo» di quello che era detto una volta il Belpaese, da mercenari nostri d’oggi, dai cinici e protervi protagonisti d’ogni speculazione edilizia, dai topeschi costruttori abusivi.

«Piaghe mortali» inflitte da «famiglie» d’imprese cementizie, da laide e feroci cosche di mafiosi e camorristi. I quali, a giri vorticosi d’impastatrice, a colpi di badile e di cazzuola, a colpi di lupara dal dopoguerra a oggi, hanno steso sul corpo bellissimo e fragile della penisola, sul giardino d’Europa, un sudario grigio di cemento, quel cemento selvaggio «ch’al corpo sano à procurato scabbia».

Conosciamo tutti la storia della speculazione edilizia italica da sessant’anni a questa parte. La conosciamo per averla vista svolgersi sotto i nostri occhi o per averla letta o vista rappresentata. Abbiamo visto «sanare» gli atroci squarci, le ferite della guerra su città e paesi d’Italia dai peggiori speculatori, visto mettere «le mani sulla città», su Palermo, dalla onorata società Valigio, formata dal famigerato trio Vassallo, Lima e Gioia, la quale ha sfregiato, degradato una delle più belle città del Mediterraneo, ha coperto di cemento la verde Conca d’0ro, spegnendo così una «luce del mondo», come ha detto Rosario Assunto. Il cemento mafioso avanzava in quegli anni in città a colpi di kalashnikov, con una strage dopo l’altra. Hanno messo le mani sulla città di Napoli, come ci ha documentato Francesco Rosi nel suo famoso film. Messo le mani, gli speculatori, anche su Torino, su Milano e su Genova e nel momento del grande esodo di massa di braccianti meridionali verso le città del triangolo industriale, costruendo «coree», squallide, atroci periferie, tristi e depressivi dormitori per i nuovi operai. E tutto questo avveniva, a Palermo e a Napoli, a Torino, a Milano e a Genova, con l’assenso e avallo, con la complicità o compromissione del cosiddetto potere politico. Era sorto così un grigio, anonimo, miserevole assetto urbanistico e architettonico «democristiano» in confronto al quale Pier Paolo Pasolini era stato portato a elogiare paradossalmente quello del periodo fascista, portando a esempio la città di Sabaudia.

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Fonte: Unità - www.unita.it
Autore: Vincenzo Consolo

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