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EUFEMIO I RE DI SICILIA 826 / 827.

EUFEMIO I RE DI SICILIA 826 / 827.

In Sicilia, durante il periodo di transizione che segnò il passaggio dal periodo siciliano bizantino a quello arabo, si evidenziò un valoroso protagonista siciliano convinto patriota, tale EUFEMIO da Messina, che, nella prima metà dell’800, organizzò a più riprese tentativi di insurrezione tendente all'indipendenza e quindi all’emancipazione della Sicilia da Bisanzio.

Secondo lo storico arabo Ibn-el-Athìr, in quel periodo l’imperatore di Bisanzio nominò, quale preposto al governo della Sicilia, il patrizio Costantino soprannominato il “Suda” od anche “Trincea”.

Questi, in virtù dei poteri conferitigli, nominò Comandante dei soldati d’armata e della marina EUFEMIO; siciliano aristocratico e ricchissimo, suddito bizantino, colto, prode ed intraprendente con particolare carisma e grande ascendente sia tra il popolo che tra gli aristocratici dell’isola.

Durante il suo comando, la Marina siciliana dominò letteralmente il Mediterraneo centrale tanto da far preoccupare lo stesso imperatore bizantino che pensò bene di costruire ad arte false accuse al fine di rimuoverlo dall’incarico e di distruggerne l’immagine pubblica.

Quando EUFEMIO seppe, da amici fedeli, che l’imperatore di Bisanzio ordinò a Costantino di sollevarlo dall’incarico per una colpa da lui non commessa, informò immediatamente ufficiali e compagni d’arme tutti.

Questi decisero all'unanimità di restare uniti a lui contro le guarnigioni di Costantino il Suda.

Forte della fedeltà dei suoi soldati - e confortato dalle notizie che gli giungevano relative al forte e diffuso desiderio di riscossa popolare per l’indipendenza contro l’oppressore bizantino tra l’altro tutte concordanti nel sostenerlo nella guerra di liberazione - la flotta di EUFEMIO approdò nei pressi di Siracusa, pugnò eroicamente contro i militi regolari di Costantino e di Gregora Patrizio di Siracusa e, sbaragliandoli con indomito valore, incalzò quest’ultimi fin in prossimità di Catania quindi catturò il loro condottiero Gregora uccidendolo.

Venne, con questa grande vittoria gridato ed acclamato nuovo sovrano Re di Sicilia (all’epoca fu acclamato con il titolo di “imperatore di Sicilia” probabilmente in analogia al fatto che questo era all’epoca il titolo di colui che esercitava la sovranità sull’isola cioè l’imperatore, appunto, di Bisanzio).

Nella nuova veste di EUFEMIO I di Sicilia, sovrano acclamato del costituendo regno autonomo di Sicilia, rimase però per poco tempo.

Assunse comunque su di sé, contestualmente, l’autorità politica del comando, sul popolo che lo acclamò in più occasioni ed in più piazze; creò nuovi patrizi, ovvero una nuova classe dirigente, e comandanti militari a lui fedeli delegandoli a governare le varie comunità dell’isola in attesa del definitivo nuovo assetto statuale; ebbe un territorio ben delineato e definito sul quale esercitò i propri poteri, la Sicilia nella sua globalità; facilitato anche dalla spontanea acclamazione popolare, gli fu spontaneamente e pienamente riconosciuto il diritto ad essere onorato e rispettato nella sua nuova veste sovrana e già capo delle forze armate siciliane.

In Sicilia Territorio, Popolo e Sovranità furono da lui costituiti in entità statuale autonoma e di quest’ultima, la sovranità, ne esercitò tra l’826 e l’827 lo ius onorum, lo ius gladi e lo ius imperi.

Egli fu quindi, con Ducezio di Nea seu di Noto re dei siculi, uno dei più rappresentativi, pur se di breve durata, Re di Sicilia autoctoni dell’isola.
Nominò, tra gli altri e forse mercenario già al suo soldo, tale Armeno (o alemanno) Palata cugino d’un Michele, Signore della città di Palermo.

Fu un errore che pagò caro, Armeno e Michele infatti, corrotti dall’oro e dal denaro, lo tradirono ed unendo le proprie forze a quelle rimaste fedeli allo straniero imperatore bizantino, mossero inaspettatamente contro EUFEMIO.

Nonostante lo straordinario seguito che ricevette dalla popolazione autoctona, vinsero i mercenari ed in traditori; colto di sorpresa e vinto in battaglia, a causa dell’evento non previsto e delle soverchianti forze scese in campo, EUFEMIO I di Sicilia fu costretto a rifugiarsi in nord Africa con moglie, figli e con i superstiti della battaglia rimasti a lui fedeli imbarcandosi proprio a Siracusa.

Secondo anche quanto affermato, nella seconda metà del nono secolo dallo storico Giovanni diacono di Napoli, dopo la liberazione di Michele il Balbo e l’ascesa di questo al trono di Napoli il 26 dicembre 820, EUFEMIO dall’Africa, forte anche della non sopita voglia di libertà dei siciliani contro l’oppressore bizantino, riorganizzò il proprio esercito per la liberazione della Sicilia chiedendo anche l’aiuto militare mercenario (con la promessa di compenso a conquista avvenuta) a nobili emiri arabi.

Tornò quindi in Sicilia alla testa di un’armata di mercenari saraceni capitanata dall’alleato Asad ibn al-Furàt ovvero da Arcadio secondo altri storici; sbarcò il 17 giugno 827 a Capo Granitola, sito nell'antico comprensorio dello Stato Selinuntino a circa 15 chilometri dalla sua capitale, Selinunte, in direzione ovest (zona oggi denominata “cala dei turchi” e posta in Mazara del Vallo nei pressi del confine tra il territorio dei Comuni siciliani di Mazara e Campobello di Mazara in provincia di Trapani).
EUFEMIO ritornò ben organizzato ed alla testa del proprio esercito si riappropriò della sovranità della Sicilia ricominciando la riconquista della stessa.

Fu però tradito proprio dal Capo militare arabo suo alleato Asad ibn al-Furàt, od Arcadio secondo altri storici, e fu da questo allontanato.

EUFEMIO percorse velocemente l’isola da ovest ad est seguito a distanza dalle truppe arabe incitò i cittadini di Siracusa a resistere contro l’arabo invasore; a Castrogiovanni (ENNA) ottenne la promessa di sottomissione dai notabili della città.
Nel frattempo questi, dietro promessa di lauto compenso, passarono dalla parte degli arabi, ormai divenuti conquistatori e non liberatori; avutolo tra loro, vilmente lo assassinarono e ne portarono la testa in città ingrati dei sacrifici, del progetto politico e delle gesta eroiche che EUFEMIO, offrì per l’indipendenza della propria amata patria Sicilia. (*)

Contro EUFEMIO I mossero in Sicilia ulteriori truppe mercenarie, pagate da Bisanzio, gli restarono però fedeli invece, pur se con infelice epilogo, quelle autoctone.

Le truppe islamiche, che furono da EUFEMIO sollecitate, entrarono comunque vittoriose nel 831 in Palermo continuando la conquista definitiva dell’isola con Messina nell'842, Enna nell'859, Malta nell'870, Siracusa nell'878, Catania nel 900, Taormina nel 902 completando a Rometta l'occupazione della Sicilia e dei suoi arcipelaghi nel 965.

Essenzialmente politico fu il pensiero e l’azione di EUFEMIO; ciò fu affermato con forza, tra gli altri, dall’italiano Giovanni diacono di Napoli e Mastro Simone (mastro o maestro era un titolo d’ufficio nelle Corti dell’epoca).

Contro l’Ammiraglio mossero determinanti (anche da parte di amici fidati) condotte e tradimenti miserabili, pennellate scellerate di un quadro negativo in chiave etico-religiosa che in mala fede e ad arte costruirono intorno alla sua figura al fine di screditarlo agli occhi di tutta l’opinione pubblica e quindi della popolazione, sua principale alleata.

Al fine di distruggerlo nella sua pubblica immagine, le autorità bizantine strumentalizzarono l’amore sincero di EUFEMIO per una novizia, che da tanto tempo aveva turbato il suo cuore.

Tale incontenibile sentimento portò il valoroso amante al rapimento della sua diletta; prendendola subito in moglie coronò il suo sogno d’amore per tanto tempo bramato.
Ciò non sembrò alla morale di EUFEMIO essere cosa particolarmente grave alla luce anche di un illustre precedente; una storia simile, infatti, era già capitata allo stesso imperatore Michele.

Ma fu proprio l’imperatore che lo condannò inaspettatamente, poiché la corte bizantina, al pari di ogni altro governo bigotto ed autocratico, usava due misure di morale: l’una magnanima, per i prìncipi ed i loro sostenitori e l’altra intransigente e draconiana, quando si infiltrava l’interesse della politica o la veemenza dell’invidia.

La Sicilia, rappresentata dal proprio eroe, dal proprio effimero Re, EUFEMIO, tentò di emanciparsi dall’impero bizantino così come avevano fatto, già nel 755, le regioni dell’Italia centrale; ma sopraffatte da forze più organizzate e non potendo trovare supporto nella società civile sbandata e senza più riferimenti certi, si gettarono nelle mani di un altro straniero.

Ebbe così fine in Sicilia la blasonata, ma ormai decadente, nazione greco-bizantina ed ebbe inizio il breve periodo arabo iniziato con tradimenti e viltà ma sviluppatosi con illuminato progresso.

Anche il mal governo bizantino ha contribuito ad ingenerare nel popolo siciliano una sfiducia generalizzata, non latente ma evidente, contro le pubbliche Istituzioni non più reali rappresentanti degli interessi propri della nazione tutta.

Ad EUFEMIO, grande Ammiraglio, imperituro eroe ed onorato patriota, rimane comunque la gratitudine intramontabile di tutti i siciliani che con speranza in lui hanno creduto e che lo hanno innalzato a simbolo eroico ed eterno della voglia di libertà e di indipendenza del popolo dell’isola della sintesi del mediterraneo: la Sicilia.

Subito dopo l’arrivo dei normanni e la conseguente sconfitta degli arabi - l’ultima epica e vittoriosa battaglia si svolse a Mazara del Vallo proprio nei pressi della zona in cui questi ultimi sbarcarono nell’827 - lo stesso Ruggero d’Altavilla volle ricompensare, nobilitandole o rinobilitandole con propri titoli, alcune famiglie siciliane (le prime ad essere insignite del nobilitante cavalierato ereditario detto “del Cingolo militare” furono 33) a lui particolarmente fedeli durante la riconquista alla cristianità.
Tra le altre ha premiato, assegnando deleghe amministrative congiunte a titoli e feudi, tale Mastro (come già detto Mastro era un titolo d’ufficio nelle Corti dell’epoca) Antonio, pare diretto discendente di uno dei figli di Eufemio I di Sicilia, Re effimero ma convinto patriota ed eroe senza tempo, concedendogli il prestigiosissimo titolo nobiliare di Cavaliere ereditario del Regno del citato Ordine del Cingolo Militare.

Con molta probabilità pare che a questi succedette, nel 1200/1300, il Generale Mastro Angelo (o Mastrangelo) Ruggero, epico eroe del Vespro Siciliano da sempre politicamente impegnato contro il tiranno angioino e contro la mai sopportata unificazione con il Regno di Napoli.

Antonino GIARAMITA

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