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L’AUTONOMIA SPECIALE È MORTA NEL CUORE DEI SICILIANI

In un clima di preoccupante infiacchimento democratico, comincia a prendere forma l’atteso confronto sulle proposte di revisione dello statuto speciale. Un dibattito sottotono che si sta svolgendo fra addetti ai lavori, nel chiuso di palazzi assediati dalla protesta sociale e dell’indignazione civile.

Una sottocommissione dell’Ars ha già abbozzato un testo che, nella sostanza, conferma mirabolanti promesse di sviluppo e prerogative che ormai la gente considera come ingiustificati privilegi.

Il primo problema dei legislatori sembra quello di difendere, dalla minaccia incombente del federalismo livellatore, questa comoda nicchia di potere costruita dietro il paravento dell’autogoverno e del progresso del popolo siciliano. Principi nobilissimi, esaltati a parole e mortificati dall’azione concreta, che, nel tempo, hanno ingenerato un madornale equivoco nel quale sono cadute tantissime persone in buona fede che hanno continuato a credere nell’autonomia come strumento primario di emancipazione economica e di partecipazione democratica.

In realtà, nella sua fase iniziale l’autonomia aprì spazi interessanti per il rinnovamento delle arcaiche strutture della società siciliana, si accese una speranza nuova ben presto vanificata da una gestione della regione e dei suoi enti di tipo clientelare e subalterna agli interessi forti e parassitari.

Intorno al collo della giovane regione venne teso un nodo scorsoio che la sta soffocando lentamente. In 56 anni, vi sono stati solo due tentativi (entrambi falliti) di rompere questo cerchio opprimente: la confusa rivolta milazziana sul finire degli anni cinquanta e, 20 anni dopo, le intese di “solidarietà autonomistica” che videro impegnate due prestigiose personalità: il presidente comunista dell’Ars, Pancrazio De Pasquale, e il presidente democristiano della Regione, Piersanti Mattarella, assassinato nel gennaio del 1980, a meno di due anni dal clamoroso assassinio del suo maestro, Aldo Moro.

Per il resto nulla. Soltanto la linea piatta di una gestione burocratica e sprecona, la cui più significativa performance è stata la politica del “consociativismo”, ovvero il tentativo maldestro di omologare l’opposizione al potere dominante.

Il bilancio dell’autonomia speciale è, dunque, negativo. Lo statuto ha subito una sorte infelice: in parte inapplicato e in gran parte distorto rispetto alle legittime aspirazioni. La Sicilia non ha avuto né l’autogoverno né il promesso sviluppo per recuperare il divario esistente col resto del Paese.

Nei fatti, l’Autonomia è divenuta un asfissiante recinto che impedisce lo scambio fecondo e innovativo fra la Sicilia, l’Italia e il mondo.

Tutto ciò, mentre si assiste quotidianamente a fatti e vicende che aggravano il penoso decadimento, morale e funzionale, delle istituzioni e dell’amministrazione regionali.

La prova più evidente e drammatica di questo fallimento è la ripresa del flusso migratorio che vede decine di migliaia di giovani lavoratori, intellettuali e anche studenti costretti a lasciare l’Isola perché non trovano un lavoro degno e giuridicamente tutelato e non accettano di vivere (e di studiare) in una realtà disgregata, sottoposta ad una sorta di regime a sovranità limitata.

E così, dopo i braccianti, gli operai e gli artigiani, stanno partendo i diplomati, i laureati non raccomandati, gli intellettuali, i tecnici e i manager veri, mentre restano quelli inventati e debitamente lottizzati che stanno portando al disastro interi comparti dell’amministrazione, dei servizi e dell’economia.

Si vuole conservare e, se possibile, rafforzare l’Autonomia speciale perché è l’unica fonte di legittimazione di questo intollerabile stato di cose.

Il binomio specialità /democrazia non ha funzionato, anzi si è ampliato il distacco fra cittadini e regione.

E’ tempo di prendere atto di una realtà evidente: l’autonomia speciale è morta nel cuore della stragrande maggioranza dei siciliani.

Per altro, una specialità così esasperata e inconcludente viene percepita come uno strumento arcaico (più adatto a società irredenti e/o minorate), in contrasto con la visione moderna e dinamica dell’organizzazione amministrativa che si sta definendo ai livelli nazionale (federalismo), europeo ed euromediterraneo.

In un contesto di globalizzazione, la Sicilia è chiamata a misurarsi con le grandi sfide del tempo presente: in particolare con quelle della pace e della cooperazione nell’area mediterranea e nel medioriente, dell’innovazione tecnologica e scientifica, di uno sviluppo diffuso e compatibile con l’ambiente e con le tradizioni storiche e culturali, per creare una rete efficiente di servizi e un autentico mercato concorrenziale al posto dell’attuale, avvilente sistema segnato dal condizionamento clientelare, parassitario e familistico.

Rispetto alle angustie della tragica illusione separatista, l’orizzonte del nostro futuro autonomistico si è, infatti, enormemente ampliato e ci accomuna con quello delle più importanti regioni italiane ed europee.

D’altra parte, sappiamo che la specialità degli statuti non garantisce automaticamente lo sviluppo, anzi - come nei casi della Sicilia e della Sardegna - può diventare una pesante remora.

In ogni caso, la “specialità” non è un tabù e se ne deve parlare senza recondite ipocrisie.

L’occasione potrebbe essere, appunto, il dibattito sulla revisione che, invece di essere orientato nella ricerca di nuovi espedienti normativi, dovrebbe puntare ad una scelta di rottura col passato, rinunziando (si, rinunziando!) alle residue competenze specialistiche, allineando la Regione siciliana alle altre che, pur avendo uno statuto ordinario, hanno raggiunto un livello davvero invidiabile di sviluppo economico e civile.

Una tesi ardita destinata a cozzare contro un muro di gomma. Tuttavia, è confortante sapere di condividerla con Sergio Mattarella che di riforme istituzionali se ne intende, l’unico deputato siciliano ad avere avuto il coraggio di sostenerla pubblicamente.

Agostino SPATARO

*Pubblicato in “La Repubblica/Palermo” del 6 dicembre 2003.

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