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C’ERA UNA VOLTA IL NATALE - LE CANTATRICI SCALZE DI DONNA ORSOLINA

“Ci hanno rubato il canto e le canzoni”

C’era una volta il Natale, novene e canti pastorali, di zampogne e ciarameddri, di pan di Spagna, buccellati e pignoccata. Oggi, dell’antica tradizione è rimasto ben poco.

Anche nei più sperduti paesini di provincia si propone una sorta di messinscena tecnologica animata con costose scenografie e con musiche importate d’oltreoceano che fanno rimpiangere le belle corali natalizie, quando la gente cantava.

Ormai, il canto sembra sparito dalle novene e, più in generale, dalle abitudini e dagli stili di vita dei siciliani. Almeno questa è la sensazione ricavata dalla visita di alcune novene nell’agrigentino.

Solo un fatto di costume o c’è dell’altro? Siamo di fronte ad una crisi del canto, o del cantare, anche in un settore che si pensava immune, qual è, appunto, la liturgia religiosa?

Ricordo che, in paese, il primo ad avvertire l’incipiente fenomeno (siamo agli inizi degli anni ’60) fu Diomede, il folle. “Ci stanno rubando il canto e le canzoni”, gridava. E per il vecchio professore di latino i ladri erano la radio e la televisione.
Prima di allora, in Sicilia, la gente cantava e non nel senso spregiativo come vorrebbe la metafora del funesto linguaggio mafioso.

Erano manifestazioni spontanee di gente semplice che cantava per alleviare le fatiche, per amore, per mero diletto o, appunto, per fede. Ovunque. Nelle cave di pietra o fra le aride argille si cantavano antiche “olle” e nenie e strambotti; stornelli lascivi e canzoni di sdegno sopra carretti in fila; cantavano e fischiettavano i ciabattini, i muratori, gli ambulanti.

Bellissime erano le voci delle donne che quotidianamente compivano il miracolo di far spuntare sulla tavola un piatto di minestra. Cantavano in casa o per le vie fangose, di ritorno dalla fontana del Voltano, con una brocca d’acqua piantata sul capo; in chiesa o, a piedi nudi, in processione dietro una madonna.

Nelle frequenti feste in famiglia si cantava e si ballava con la musica dell’ansimante cornamusa di mastro Vincenzo e della fisarmonica di suo figlio Tanino.

E come dimenticare i lai struggenti, ai piedi della croce del Cristo trucidato? O le dolci canzoni di tante, avventurose serenate sotto le finestre della bella amata?

La vita era un eterno musical

Insomma, la vita girava come in un eterno “musical”, fino a quando non fu invasa… dalla radio e, soprattutto, dalla televisione.

Si cantava ovunque e per le più svariate ragioni. Anche per costrizione, come nel caso delle cantatrici di donna Orsolina. Lo raccontò mia madre, che lo visse personalmente, insieme ad altre ragazze contadine.

Stava sgusciando (“spicchiannu”) mandorle indorate con mio padre, la zia Francesca e Monica: tre vecchi illustri e una bellissima bambina.

Picchiavano, infervorati, sopra una “balata” di pietra ferrigna, come se stessero correndo verso una data…o un destino.

Infatti, a giorni, ci sarebbe stata la festa della Madonna dell’Umiltà e si doveva preparare la “kubbaita”, un dolce di origine araba, a base di mandorle e miele.

Ogni tanto, un riso, una voce briosa: “Ora ridiamo. Ma quando andavamo a spicchiari da donna Orsolina c’era da farsela addosso. Che vecchia terribile! Ci terrorizzava. Ti ricordi, Francì, la farsa che si svolgeva in quel magazzino? Che allegria pelosa? Ci obbligava a cantare per l’intera giornata, per non farci inghiottire qualche spicchio di mandorla... Subivamo per il porco bisogno; con quelle quattro lire di salario dovevamo comprarci le scarpe per l’inverno...”

Sgusciare e cantare, era questo il comando di donna Orsolina che temeva che quelle “mennulara” scapestrate potessero ingozzarsi, nascostamente, di mandorle sgusciate.

Cantando non avrebbero potuto, se non a rischio di restarne strozzate. Se qualcuna si fermava, la vecchia prontamente interveniva. E guai a chi veniva trovata con qualche seme fra i denti. La poveretta era pesantemente rimbrottata e, talvolta, perfino licenziata….

Le gustose “minne di monaca”

Oltre che da innata avarizia, quel comportamento era dettato dal valore economico della mandorla sgusciata, da queste parti chiamata “ntrita”, ch’era il prodotto agricolo più pregiato. Ricercatissima, spuntava un prezzo più che remunerativo, in qualsiasi mercato
Un quintale di ntrita valeva più di cinque salme (oltre una tonnellata) di grano duro.
Un valore davvero eccezionale che non sfuggiva all’olfatto spilorcio di donna Orsolina la quale curava personalmente l’intero ciclo della mandorla: dalla potatura degli alberi alla vendita del prodotto.

Per altro, le sue mandorle erano fra le più rinomate della zona. A comprarle venivano fin’anco commercianti di Palermo e di Catania. Assolate al punto giusto, presentavano una pezzatura ideale per le diverse esigenze della lavorazione pasticciera: dai confetti alle torte, ai deliziosi pasticcini che uscivano, fragranti, ogni domenica mattina, dalla ruota del monastero delle clarisse.

Erano queste le famose “cassatelle campagnole”, ripiene di un fine impasto di mandorle e pistacchi o fastuche (dall’arabo fastukas), che le suore confezionavano nei laboratori del convento chiaramontano. Piccole, tonde e leggermente rigonfie, sormontate da un pomello marrone, le “cassatelle” assomigliavano a piccoli seni virginei, perciò il popolo lascivo le ribattezzò “minne di monaca”.

Una vera delizia per i palati più esigenti e lussuriosi di Girgenti. Taluni, addirittura, si abbandonavano ad un allusivo rituale erotico, accompagnato da sospiri e sorrisini equivoci.

A volte, il desiderio smodato può tirare di questi scherzi. In Sicilia può accadere che, fantasticando sopra una mandorla candita, si possa trasvolare nel “paradiso” proibito che ciascuno s’immagina, oltre il portone bronzeo della clausura.

A guardarla bene, la mandorla, o meglio la sua forma, è anche la risultanza di una ideale intersezione ellittica che, come il pesce per i primi cristiani, rappresenta un simbolo sacrale.

Secondo una certa gnosi mistica, la mandorla raffigura “l’occhio di Dio” o la forma del sesso femminile, simbolo di fertilità. Insomma, in questo minuscolo guscio si condensano significati esoterici e ottime caratteristiche organolettiche che ne innalzano il valore aggiunto ne facevano il prodotto agricolo più pregiato. Fino a quando non giunsero sui nostri mercati le mandorle californiane…

Non ne poteva andare perduto nemmeno un seme. Perciò, donna Orsolina cantava da mattina a sera e pretendeva che quelle povere ragazze la seguissero nella patetica messinscena. Anche don Cocò doveva cantare. Per dare l’esempio.

Una vera tortura per quel intronato bacucco del marito, un tempo ruggente guardaspalle del duca, il quale, col suo incerto filo di voce, non ce la faceva a tenere il ritmo imposto dalla moglie malandrina.

Il vecchio era visibilmente mortificato anche perché era l’unico maschio in quella comitiva di cantatrici scalze.

Insomma, l’avidità di quella vecchia pitocca riuscì a trasformare il canto: da piacevole sollazzo in abominevole supplizio.

Agostino Spataro

Pubblicato in “La Repubblica” del 31 dicembre 2003.

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