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LIBRI: IL MATRIMONIO IN SICILIA

Editore: Sellerio
Autore: Giuseppe Leone
Introduzione: Salvatore Silvano Nigro
Pagg. 90 - Euro 28
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La trama del racconto fotografico di Leone è intessuta dalla memoria profonda delle magie e dagli stupori della propria infanzia vissuta a Ragusa. Bambino, portato per mano dal padre, organista della Cattedrale, Leone ha cominciato subito a dispogliare l'idillio liturgico del matrimonio: frequentatore clandestino di cerimonie nuziali, dal brusìo dello spazio sacro, al tuffo grasso nel banchetto e nello spinazzamento dei balli. Fantasticando sempre sull'inesorabile sfrontatezza e sulla indiscrezione tecnica dell'onnipresente occhio fotografico, che tutto infastosiva in un delirio di scatti.

L'occhio fotografico del maturo Leone ha integrato l'allucinazione canicolare dell'infanzia con la competenza di un prestigiatore metafisico, che le facciate barocche delle chiese, con le loro volute, gli archivolti, i glifi, le colonne tortili e i chiaccherini in pietra calcarea, ha staccato per avvolgerle, trasvolanti, attorno alla sposa.

L'eruzione di bianco è allegria che risalta sulla grisaglia impettita e contegnosa dei parenti e degli amici degli sposi: uggiosi tutti, le bocche imboscate in maschere di circostanza; intruppati, a stormo, in posa fissa e ieraticamente bizantina: angeli decaduti, condannati a recitare, con castigati fiori in mano, una annunciazione profana.

L'allegria bianca corre come una liberazione. Vola, a vele spiegate, verso quel punto d'attrazione terminale in cui i veli si adagiano e spandono sul letto nuziale. A realizzare, baroccamente, l'auspicio scespiriano degli "auguri sotto le lenzuola".

Alcuni brani del libro:


Quando ero piccolo - avevo sei anni o poco più - mio padre, organista della cattedrale, mi portava con lui quando si celebravano i matrimoni, che mi apparivano spettacoli straordinari.

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Si festeggiava alla meglio, erano i tempi difficili del dopoguerra: la veste nuziale veniva presa a nolo, e a festa conclusa la modista, che spesso seguiva la sposa, si riportava l'abito, che serviva per un altro matrimonio, magari nello stesso giorno.

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Questi miei ricordi sono legati ad un ceto sociale medio; ma mi raccontano che in circostanze più modeste talvolta agli invitati erano offerte solo fave abbrustolite e biscotti accompagnati da un bicchiere di marsala.

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Appena tredicenne, decisi d'intraprendere un mestiere. Amavo molto la pittura e mi ci dilettavo, ma scelsi di fare il fotografo. Sin dall'apprendistato mi trovai di nuovo a contatto con i matrimoni. Erano cambiati poco rispetto ai miei precedenti ricordi, ma verso il '50 - '52 la ripresa economica cominciò a farsi avvertire, la gioia di vivere era grande e le cerimonie religiose divenivano via via più pompose.

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Toccava agli sposi aprire le danze, e gli uomini, generalmente più numerosi delle donne, si incollavano alla parete e al momento della formazione delle coppie si avventavano come sciami d'api sulle fanciulle preferite: non di rado in due sulla stessa, con un certo imbarazzo dei presenti.

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A trattenimento concluso, gli sposi venivano subito accompagnati dai più intimi alla loro nuova dimora (raramente si andava in viaggio di nozze): la brama di consumare era infatti più forte di ogni altra cosa, dato che durante il fidanzamento la famiglia della ragazza la teneva sotto strettissima sorveglianza, non dando nessuno spazio all'intimità tra i due.

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Ricordo i matrimoni dei nobili, fieri del proprio rango, con quei tight che da vicino sapevano di naftalina. Si erano sempre sposati fra di loro, superando anche l'ostacolo della parentela di primo grado, e adesso si offrivano agli imprenditori, ai ricchi professionisti, alla nuova borghesia. In alcuni casi alla pomposa cerimonia nel Duomo seguiva il ricevimento al Circolo di Conversazione, un santuario di frivolezze e mondanità che mettevano in soggezione chi entrava a far parte della cerchia nobiliare.

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