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STATUTO SICILIANO: LA CONTRORIFORMA ANTICOSTITUZIONALE

Avremo, dunque, uno Statuto regionale riformato o “controriformato”?

A leggere delle solenni impuntature del Presidente della Regione che insiste sul richiamo alle “radici cristiane” e le accondiscendenti dichiarazioni di qualificati esponenti dell’opposizione, “laica” e di sinistra, parrebbe proprio che dalla Sicilia, ancora una volta, verrà un segnale di oscurantismo giuridico e culturale, per altro in contrasto evidente con lo spirito e con la lettera della vigente Costituzione italiana e di quella, in itinere, dell’Unione europea.

Sotto questo profilo, potremo avere una Sicilia che si pone fuori dei contesti costituzionali italiano e europeo?

Il pericolo esiste e si configura come un’assurdità giuridica che, a lungo andare, potrebbe modificare la fonte della legittimazione del potere che, come nei paesi islamici, non è derivata dal popolo sovrano, ma dalla religione di Maometto.

Tale “richiamo” verrebbe addirittura inserito nel preambolo del nuovo Statuto, come se - ricorrendo a tale espediente - si possano mettere in discussione principi e valori di altissima civiltà giuridica come quelli che informano la costituzione italiana della quale lo statuto siciliano è parte integrante.

Per altro, il preambolo, oltre ad essere discriminatorio sul terreno culturale e confessionale, è fortemente riduttivo, poiché restringe lo spettro delle potenzialità multiculturali da porre al servizio del progresso della Sicilia.

Estrapolando la questione religiosa, che merita una considerazione più approfondita, il citato preambolo potrebbe, semmai, essere d’ornamento del programma di una qualsiasi Giunta di governo.

A nostro modesto avviso, la cosa più saggia che la speciale Commissione dovrebbe fare è quella di evitare il preambolo e andare dritta ai veri nodi che la riforma dello Statuto impone, tenendo conto del fatto che i siciliani sono stanchi di questa “specialità” pelosa e desiderano diventare, a pieno titolo, cittadini italiani ed europei, in una Regione risanata, efficiente e progredita.

In questa stagione dell’indolenza, segnata da una grave forma di decadenza politica e istituzionale, con un’opinione pubblica distratta e/o preoccupata per gli effetti taglienti della crisi sociale, tutto si può far approvare, con la forza dei numeri, ad un’Assemblea, pomposamente definita come “il più antico parlamento d’Europa”, ma che in realtà si dibatte in uno stato comatoso, forse irreversibile.

Cosa contano le voci dei pochi, anche di quelle più autentiche e coerenti provenienti dal mondo cattolico e cristiano ? Nulla. Specie se c’è l’assenso benedicente di certi settori della gerarchia.

Tranne poi ad accorgersi di avere sbagliato e ingannato quanti, anche in buona fede, hanno creduto alla bontà di certe determinazioni fideistiche che fanno a pugni col buon senso e con la Costituzione e perfino con gli insegnamenti del Cristo dei vangeli, in nome del quale si pretende di fare politica e di governare in Sicilia. Povero Cristo e povera Sicilia!

Ma andiamo alla questione religiosa e soprattutto alla domanda alla quale nessuno dei nostri valenti legislatori ha finora risposto: come si potrà conciliare il richiamo “alle radici cristiane” che, oggettivamente introdurrebbe una caratterizzazione in favore di una specifica confessione religiosa, con l’articolo 3 della vigente Costituzione italiana che dispone, fra l’altro, “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…”

Oppure con il primo comma dell’articolo 8 che recita: ”tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge…”

Tutto ciò, senza dimenticare il principio di alta civiltà giuridica e di feconda convivenza civile sancito nel famoso art. 7: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani…”

Perciò, la Sicilia, che per fortuna non è un’entità statale sovrana, ma fa parte dello Stato italiano regolato da una avanzatissima costituzione (di cui lo Statuto regionale è parte integrante), non può legiferare in difformità dai precetti costituzionali, soprattutto in materie così delicate.

Per altro, tale pretesa andrebbe a cozzare con quanto disposto al punto “c” dell’art. 117 della costituzione che attribuisce esclusivamente allo Stato la potestà di legiferare in materia religiosa “Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie…rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose.”

Agli arditi neodemocristiani (ma anche agli impacciati rappresentanti della sinistra) bisogna ricordare che questa civilissima Costituzione, laica e democratica, non è uscita dalla fucina di un covo di marxisti atei e “mangiapreti”, ma è la risultante di uno sforzo unitario (non consociativo) fra i cosiddetti padri nobili della Repubblica fra i quali, a fianco delle più eminenti personalità dell’antifascismo di sinistra e liberale, spiccano i fondatori della DC: da Luigi Sturzo ad Alcide De Gasperi, da Aldo Moro a Dossetti, dal siciliano Gaspare Ambrosini al piemontese Oscar Luigi Scalfaro, ecc, ecc.

Nei prossimi giorni si andrà a decidere su tale delicata materia. Il dato che più inquieta non è tanto la caparbia insistenza di taluni esponenti politici (che forse agiscono per deviare l’attenzione dei siciliani) quanto il silenzio, quasi totale, del ceto intellettuale isolano che pure avrebbe qualcosa da dire su tale discutibile pretesa, contro o anche a favore.
Agostino Spataro

* Pubblicato in “La Repubblica” del 3 marzo 2004

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