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LA GUERRA E IL LAVORO

In questi giorni di angosciante attesa, si moltiplicano gli appelli per la liberazione degli ostaggi italiani in Iraq. Anche da Palermo n’è partito uno, modesto ma significativo e, credo, dettato col cuore: quello del papà del piccolo iracheno, riconoscente per le cure prestate in Italia al suo come ad altri bambini iracheni.

Il signor Abu Saif non si è limitato a lanciare l’appello, ma avrebbe telefonato a qualcuno, laggiù in Iraq, in grado di contattare il gruppo dei sequestratori con i quali, addirittura, intavolare una trattativa.

Ovviamente, non siamo in grado di verificare la fondatezza di tale notizia (che somiglia tanto ad una generosa millanteria) che va a perdersi nel grande vortice di trattative “vere” che si stanno svolgendo in Iraq ed altrove.

Tuttavia la “telefonata” del signor Saif, ci richiama alle tante iniziative (molto più qualificate) in corso che smentiscono una colossale ipocrisia: quella posizione di “fermezza” sbandierata da taluni governi impegnati nella guerra in Iraq.

Fra i quali spicca quello italiano che, mentre ribadisce “con i terroristi non si tratta”, continua a ricercare le vie più oscure e tortuose nella speranza di trovare un collegamento efficace con i rapitori (terroristi) che hanno già ucciso un ostaggio italiano, il catanese Quattrocchi.

Non è più un mistero - infatti - che gli inviati di Berlusconi in M.O. stiano cercando un pò tutti: dai rappresentanti dei gruppi guerriglieri agli esponenti religiosi più influenti delle diverse confessioni operanti sul campo iracheno, ai dirigenti di alcuni Stati (Iran, Siria, Libia, ecc), definiti “canaglia” dal suo mentore e sovrastante G.W.Bush.

Il governo fa bene a cercarli; c’è da sperare che quelli si facciano trovare e che soprattutto prestino il necessario ascolto ai rappresentanti dell’unico governo europeo che non mostra dubbi sulla permanenza delle sue truppe in Iraq sotto il comando della coalizione anglo-americana di occupazione.

Sotto la dura scorza del rifiuto della trattativa “con i terroristi”, si vorrebbe nascondere una palpitante realtà fatta d’inconfessabili contatti trasversali, una rete di fili invisibili che si sta intessendo, come una fitta tela di ragno, attorno a questa guerra illegale e alle sue più tragiche conseguenze che - bisogna ricordarlo anche negli appelli ai rapitori - prima di tutto si abbattono contro migliaia di donne, vecchi e bambini iracheni - come quello che abbiamo curato a Palermo.

Trattare, dunque, è giusto e non solo per ottenere la liberazione dei tre ostaggi, ma per uscire dalla trappola irachena in cui Berlusconi ha cacciato l’Italia e i nostri ragazzi sul campo. Oltre agli inviati, più o meno anonimi, è necessario dare un segnale forte che lasci intendere la possibilità di un imminente ritorno in Italia del contingente e di tutto il personale civile “non istituzionalmente cooperante”.

Alle Nazioni Unite il compito di pacificazione e di stabilizzazione democratica dell’Iraq, con l’occhio rivolto alle necessità degli iracheni e non ai loro immensi giacimenti di petrolio.

In questi primi episodi (attacco alla caserma di Nassirya, battaglia sul ponte del Tigri, sequestro degli ostaggi), la Sicilia ha pagato un prezzo molto alto, in termini di morti e feriti, che non ha riscontro nelle statistiche demografiche e si giustifica soltanto con l’impossibilità per tanti giovani siciliani di trovare un lavoro normale.

A questo proposito, è davvero agghiacciante quanto detto, alla “Repubblica” di ieri, da Daniele Firetto, il giovane disoccupato di Ribera e aspirante body guard, il quale, nonostante il dramma degli ostaggi, si dichiara pronto a partire per l’Iraq, poiché per lui “è meglio rischiare (la vita) che essere disoccupato”.

Su questo bisognerebbe riflettere, coscienziosamente, smettendola con la vacua retorica patriottarda. Perché molti giovani vanno, consapevolmente, alla “guerra” per il duro bisogno. Invece che di questa fabbrica di “eroi” (o di antieroi?), vorremmo che sorgessero, in Sicilia, fabbriche vere, alberghi e nuovi servizi produttivi.

I nostri governanti, compresi quelli della Regione, dovrebbero impegnarsi a procurare ai giovani siciliani e meridionali un posto di lavoro da vivi e non una pensione da morti.

Agostino Spataro
agspata@tin.it
Pubblicato in “La Repubblica” del 21 aprile 2004.

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