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EUROPEE IN SICILIA - PER UN PUGNO DI VOTI

A meno di un mese dal voto, in Sicilia e altrove risulta quasi impercettibile il senso vero, autentico di questa campagna elettorale indetta per rinnovare il Parlamento dell’Unione europea, ovvero della più grande aggregazione democratica di popoli e Stati, (25 dagli inizi di maggio) che tende ad allargarsi all’intero continente: dall’Atlantico ai Carpazi, da Cipro all’estreme regioni del Baltico, da Malta al Capo nord.

Il prossimo Parlamento non avrà solo il compito di rappresentare le istanze e i tanti problemi dell’ Europa che si sta costruendo, ma anche quello di consolidare i successi già realizzati e di proporre - in una fase drammatica come l’attuale - la nuova entità geo-politica come uno dei principali protagonisti democratici dello sviluppo pacifico di questo secolo.

All’interno di tali scenari si possono, legittimamente, collocare le prospettive e le aspettative delle regioni meno favorite. La Sicilia può sperare di uscire dalla sua asfissiante marginalità economica entrando in Europa con tutte le carte in regola (che non sono, certo, i finanziamenti a pioggia dei fondi di Agenda 2000), acquisendo cioè una mentalità europea nel senso dell’efficienza, della sana competitività e dell’affermazione della legalità in tutti i campi della vita sociale ed economica, elaborando un moderno progetto di sviluppo, alternativo all’attuale andazzo che ci sta conducendo dritti allo sfascio e alla recessione.

Purtroppo, in Sicilia, stiamo assistendo ad una colossale contraffazione di questa consultazione popolare che, invece, di essere volta all’Europa e agli scenari accennati permane inficiata da una visione miope e provinciale, tutta basata su miseri calcoli elettoralistici ad uso interno o, peggio, motivata da convenienze personali.

Già qui si coglie un clamoroso dislivello da cui si origina una grave contraddizione: mentre la legge chiama i cittadini ad eleggere il Parlamento di un’istituzione fra le più importanti nel panorama internazionale i partiti, soprattutto del centro-destra, hanno fatto di tutto per ridurre il significato del voto ad una conta interna, ad un regolamento di conti fra e all’interno delle coalizioni e delle singole forze politiche e correnti.

Esattamente il contrario di quello che andava fatto, in coerenza con gli abusati proclami di fede europeista.

Invece di programmi e proposte concrete e - perché no - di candidature serie e qualificate, di facce veramente nuove, vediamo debordanti gigantografie di leaders e di più modesti candidati i quali pensano di compensare l’assenza progettuale con un leaderismo esasperato e vacuo. Anche questo è un modo di svilire l’importanza del voto europeo e di prendere in giro gli elettori che si vedono così invitati, magari invogliati con promesse illusorie, a votare non per un candidato che andrà a Bruxelles, ma per… il capo del governo e per ministri (anche gravemente ammalati) che capeggiano le liste in tutte e cinque le circoscrizioni pur essendo incompatibili col mandato europeo. Mai si era vista una cosa del genere. Per un pugno di voti. In Sicilia il fenomeno si aggrava poiché il centro-destra ha deciso di esasperare questa folle corsa al voto candidando, in aggiunta, gli esponenti più in vista della Giunta regionale di governo (dal presidente in giù). Anch’essi, regolarmente, incompatibili, tuttavia dotati di mezzi e possibilità che non hanno altri candidati.

Un dato preoccupante poiché determina una condizione di vistoso privilegio - e quindi la non pari opportunità - a favore dei candidati investiti da funzioni di governo.

Preoccupazione, certo, non fugata dalla timida “raccomandazione” contenuta nell’ordine del giorno approvato, l’altro ieri, dall’ARS che non prevede alcuna sanzione per chi usa mezzi della Regione (cioè pubblici) per scopi eminentemente privati, quale sono quelli perseguiti dai candidati in una la campagna elettorale.

Tutto ciò rischia di stravolgere, seriamente, il confronto elettorale, di condizionarne gli esiti e di assestare un durissimo colpo alla vocazione europeista dell’Isola e soprattutto alle legittime speranze di uscire dalla palude (il termine - mi pare- azzeccato) nella quale è stata trascinata.

Per sconfiggere questo disegno, e cominciare a prosciugare l’asfissiante palude, ci vorrebbe qualcosa di più di un improbabile scatto d’orgoglio. Se il centro-sinistra intende proporsi come forza di governo alternativa, in Sicilia e in Europa, dovrebbe presentarsi con un progetto credibile, fortemente innovativo e mobilitante degli interessi sani, che dia un senso politico al voto del 12 giugno e riaccenda, nei siciliani, la concreta speranza del cambiamento.

Agostino Spataro

Pubblicato in “La Repubblica” del 15/05/2004

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