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INTERVISTA AD ANDREA CAMILLERI: QUANDO IL PAPA’ DI MONTALBANO ENTRA IN POLITICA

E’ a tutti noto che lo scrittore Andrea Camilleri continua a dichiararsi comunista, orgogliosamente. Addirittura, nell’intervista di cui ci occuperemo rafforza la sua asserzione: “Sono stato un comunista vero e non rinnego nulla del mio passato … marxista da sempre, da quando sono nato e non lo sapevo”.

Quello che, forse, molti non sanno è che egli vive questa appartenenza come militanza attiva, appassionata e sofferta, con umano trasporto.

E’ questa la scoperta che abbiamo fatto, domenica scorsa a Mussomeli, ascoltando una lunga video-intervista che il “papà” del commissario Montalbano ha rilasciato a Tonino Calà e a Michele Morreale, in esclusiva per il festival de l’Unità del Vallone.

E non si tratta di un “altro” Camilleri o del suo doppio, ma dello stesso scrittore che, negli ultimi anni, abbiamo visto letteralmente subissato da uno strepitoso successo editoriale, in Italia e all’estero. Come hanno potuto constatare migliaia di persone riunite, a turno, intorno al monitor, come in un’assemblea generale degli iscritti, per ascoltare l’illustre relatore arrivato da Porto Empedocle … via etere.

Un’atmosfera un po’ surreale animata dal faccione pacioso di Camilleri apparso, come una luna piena, in quella tiepida serata di questa tarda estate siciliana per ragionare sopra un vasto catalogo di temi scottanti: dall’enorme successo dei suoi libri presso il pubblico alla scarsa fortuna incontrata presso i critici, anche di sinistra, (“la gran parte dei quali - ha affermato, citando il nome di Alberto Asor Rosa - disprezza le mie opere anche senza averle lette”).

E ancora, dalle convulsioni delle religioni ai gravi conflitti nel mondo, ai personaggi più emblematici (non solo Montalbano) dei suoi romanzi, alcuni dei quali hanno preconizzato la grave involuzione politica e morale che sta funestando la Sicilia.

Tuttavia, il tema centrale, e più coinvolgente, del suo conversare è stato quello relativo al suo impegno politico e civile: il Partito (con la p maiuscola), la sinistra, l’Ulivo, i loro errori e le speranze di cambiamento; e poi i girotondi, i sindacati, i lavoratori, i problemi reali che attanagliano la vita della gente.

Le sue osservazioni critiche, a tratti severe, non erano frutto di una lamentazione senile, ma scaturivano da un ragionamento, da un pacato e suadente argomentare venato da un alto senso di giustizia e da un indomito spirito di lotta. Appariva evidente che il tema lo tocchi intimamente.

Il suo volto, ora rubicondo e un po’ tirato, è sembrato varcare lo schermo per andarsi ad “assittari supra na seggia”, di fronte ad una massa che, seppure stordita dai fragori di musiche profane e da un viluppo di scie appetitose odoranti di arrosti di salsicce e stigliole, di ‘mbriulate, cubbaita e mandorlati, si accalcava per non perdersi neanche una sillaba.

Parlava e fumava il compagno Camilleri, una sigaretta dopo l’altra. Parlavano anche le sue mani inquiete e gli occhi vigili dietro le lenti chiare. Ogni tanto un sorriso spezzava la sequela di movimenti minimi che, in filigrana, gli attraversavano il viso, tradendo l’amarezza per gli “errori compiuti dal Partito che - sottolinea - ho elencato ad uno ad uno nella prefazione, richiestami da Giovanni Berlinguer, per il libro del correntone dei Ds … dei quali il principale è stato quello di operare un distacco fra la base e la dirigenza, si è creata una frattura grave …”

Anche fra partito e sindacato si è verificato un distacco “grandissimo e tremendo” che ha spezzato il legame con i “nostri lavoratori”; “certo il sindacato non poteva diventare una cinghia di trasmissione, ma nemmeno si doveva rompere la cinghia …”

Per lo scrittore il problema è, dunque, la “dirigenza” che continua ad operare in “totale distacco” dalla base e dai bisogni della gente, senza nemmeno domandarsi il perché “i compagni e gli elettori si allontanano e magari poi li ritroviamo in Forza Italia”.

“Quando il povero (sic) Nanni Moretti dice guardate che con questi non si vince non dice una fandonia, dice una mezza verità”.

Da qui l’avvicinamento ai girotondini “perché rappresentavano un pungolo verso i nostri politici, erano movimenti mirati, un additivo per fare agire meglio il Partito…”

Tuttavia, la situazione sta cambiando (“per implosione” del Polo non tanto “per merito nostro”); è possibile ritornare a vincere “penso che il centro sinistra si unirà, purché si eviti, da parte di taluno, di parlare a vanvera … altrimenti perdiamo le coordinate”

Ecco, dunque, un Andrea Camilleri inedito, compagno fra compagni, critico ma non pessimista, anzi proteso ad infondere la speranza di un cambiamento possibile, fors’anche imminente, per il quale lavorare.

Uno scrittore al quale lo scrivere - confessa - costa fatica, che si definisce “un cantastorie” e un gran privilegiato dalla vita. Un uomo anziano, al culmine di un successo smisurato, che ancora s’indigna contro le ingiustizie e si commuove, visibilmente, di fronte alla lettera scrittagli da una giovane lettrice, malata terminale.

Dall’alto dei suoi dieci milioni di libri venduti potrebbe snobbare la politica e i problemi della gente. Invece, si è “presentato” al pubblico della festa de l’Unità di un piccolo centro della Sicilia interna, non come un divo ma come un cittadino che brucia perché ama la sua terra e il suo partito.

Gli scrittori, solitamente, lasciano parlare i loro libri, qui ha parlato Camilleri con parole semplici, efficaci e taglienti all’occorrenza, dettate da una straordinaria carica di umanità. Merce rara di questi tempi che non trova riscontro nella concezione e nell’agire politico dell’attuale ceto dirigente (o dominante?) che pare interessato soltanto al quoziente elettorale … personale.

Se ne ricorderanno a Mussomeli di questa bella lezione di politica, di umiltà e di solidarietà.

Agostino Spataro

*Pubblicato in “La Repubblica” del 17 settembre 2004

Foto di Felice Stagnitto

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