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PAESI-ALBERGO: NUOVO FILONE DEL TURISMO SICILIANO

Fra le rarissime esperienze di paesi-albergo esistenti in Sicilia, quella di Montedoro (in provincia di Caltanissetta) costituisce uno sforzo davvero originale ed encomiabile visto che si svolge in assenza di una specifica legislazione regionale di sostegno.

Un altro esempio di come piccolissimi comuni siano più avanti di questa Regione così avara quando si tratta di aiutare le piccole iniziativa produttive e così munifica quando si tratta di elargire prebende e contributi a potenti cordate clientelari e/o ad enti morali e culturali manifestamente inutili.

Evidentemente, i nostri governanti e deputati, in ben altri turismi affaccendati, non hanno ancora trovato il tempo di occuparsi di un comparto di così grande prospettiva, per dotare la Regione di una normativa capace di promuovere la diffusione dell’esperienza dei paesi-albergo che, insieme agli agriturismi, ai B&B e ad altre attività extralberghiere, potrebbe costituire una filiera importante dell’industria dell’ospitalità siciliana, ad integrazione della rete alberghiera.

In campo turistico la Sicilia ha grandi risorse che bisognerebbe saper cogliere, nel quadro di uno sviluppo compatibile, per creare un’occupazione stabile e qualificata e spazi nuovi di operatività per le imprese, soprattutto per le piccole e medie a conduzione cooperativa e familiare.

Un po’ quello che è avvenuto in altre regioni italiane e mediterranee (specie in Spagna) dove i paesi-albergo sono una realtà consolidata e piuttosto diffusa, con risultati economici abbastanza incoraggianti.

In Sicilia, invece, la questione non sembra interessare né il governo né la stessa Ars, dove c’è una sola proposta di legge di cui è primo firmatario l’on. Salvo Fleres, di Forza Italia.

Una sorpresa poiché proviene da un deputato sovente impegnato in iniziative di stampo particolaristico, cui va dato atto, almeno in questo caso, di una meritevole preoccupazione.

In verità, anche in occasione del confuso dibattito sulla riforma dello Statuto abbiamo segnalato la posizione di Fleres il quale si è distinto per il coraggio (che altri non hanno avuto) di ribadire il grande principio laico sancito nella Costituzione italiana, ed ora anche in quella europea, della netta separazione fra sfera politica e istituzionale e sfera religiosa.

Detto questo in coerenza con l’obiettività dell’informazione, torniamo alla proposta sui paesi-albergo per rilevare come essa giustamente punta a rivitalizzare i piccoli comuni fino a 5.000 abitanti, almeno quelli - recita il ddl - “a significativa e riconosciuta vocazione turistica”.

Si tratta di un disegno di legge ben impostato, tuttavia bisognevole di qualche chiarimento e di eventuali integrazioni. Per intanto, una domanda: perché non comprendere tutti i comuni sino a 5.000 abitanti?

Questa legge, infatti, potrebbe rappresentare una concreta speranza per la ripresa socio-economica e per il risanamento dei centri storici di decine di piccoli comuni, oggi condannati ad una disperata marginalità.

Oltre alla legge, serve una politica per attrezzare la Sicilia e inserirla, a pieno titolo, in questo nuovo filone del turismo internazionale nel quale confluiscono importanti flussi provenienti soprattutto dal centro-nord europeo. Particolare attenzione va rivolta al cosiddetto “turismo della terza età”, una tipologia di turisti che amano soggiornare per periodi medio-lunghi (anche durante l’autunno/inverno) sulle calde coste del Mediterraneo.

Flussi molto allettanti (e contesi) che, più che l’hotel, richiedono la camera o l’appartamentino in affitto per meglio godersi l’incanto delle cose semplici, ossia la calda ospitalità della gente, la serenità del mare e della campagna, la cucina genuina e le autentiche tradizioni popolari, ecc.

Qui - a me pare - c’è una delle chiavi per avviare la rinascita dei comuni fino a 5000 abitanti che necessitano d’interventi speciali, anche per frenare la nuova emorragia migratoria che suscita le più gravi preoccupazioni per il loro futuro.

Si tratta di un realtà fragile quanto estesa, composta di 198 comuni (su un totale di 390) che rappresentano circa il 30% del territorio e oltre il 10% della popolazione dell’Isola.

Borghi feudali e paesi di antica tradizione contadina, mineraria, marinara o montanara che, a causa del calo demografico, si stanno spegnendo per consunzione.

Popolati prevalentemente da anziani, vivono per due mesi l’anno una specie di evasione estiva, surreale e malinconica, resa possibile dal rientro delle famiglie emigrate, che generalmente si conclude con la processione del Santo patrono e con la festa de l’Unità.

Poi la vita ripiomba in un cupo isolamento, per lo più scandito dai latrati dei cani e dai mesti rintocchi delle campane a morto.

Pessimismo? Chi non crede venga d’inverno in uno di questi paesi. Per esempio nel mio, a Joppolo Giancaxio, in provincia di Agrigento.

Si accorgerà che “l’ottimismo” governativo è solo banale e costosa propaganda.

E, per favore, che nessuno s’indigni in nome di un malinteso orgoglio sicilianista; specie chi poteva (e può) e nulla ha fatto per evitare ai nostri paesi e città questo triste destino.


Agostino Spataro

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