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LIBRI - "FINZIONI" DI JORGE L. BORGES: UN’ ALTRA IPOTESI SU GIUDA

Chi fu veramente Giuda Iscariota: un traditore o lo specchio di Gesù?

Un terribile dilemma che riaffiora dalla lettura di “Finzioni”, un libro intrigante e un po’ presago di Jorge L. Borges, di recente ristampato da Einaudi, (*) contenente un articolo del 1944 (“Le tre versioni di Giuda”) dove il celebre autore argentino analizza le ardite tesi contenute nel “Kristus och Judas” di Nils Runeberg, eminente teologo svedese, che propende per il secondo attributo, giungendo, addirittura, ad asserire che “non una sola, ma tutte le cose che la tradizione attribuisce a Giuda Iscariota sono false”.

Com’era prevedibile, Runeberg - che Borges assicura essere “profondamente religioso” e membro dell’Unione evangelica nazionale- sarà sconfessato e bollato d’eresia dai rappresentanti di tutte le confessioni cristiane che consideravano intollerabili le sue teorie.

Questioni, per me, “sopra-elevate” nelle quali non desidero addentrarmi, né tanto meno parteggiare per l’una tesi o per l’altra. Mio solo intento è quello di segnalare al lettore i citati libri e soprattutto i passaggi salienti del saggio borgesiano che, se non altro, ha il merito di conferire dignità intellettuale ad una tesi che, andando controcorrente, ha osato sfidare l’anatema.

D’altra parte, trovandoci nel vivo delle celebrazioni della Settimana Santa e pur rispettando i più genuini sentimenti della religiosità popolare, mi pare che l’argomento, per nulla blasfemo, sia quantomeno d' attualità.

Ma cerchiamo di seguire il ragionamento del teologo svedese il quale, inseguito da diverse ma convergenti condanne d’eresia, fu costretto a riscrivere il suo libro per ben tre volte, senza tuttavia abiurare alla sua tesi di fondo.

In primis, egli rileva “la superfluità” del tradimento di Giuda, poiché per identificare Gesù, ovvero un predicatore famosissimo che parlava ogni giorno o faceva miracoli davanti a migliaia di persone, non era necessario che un apostolo (Giuda) lo indicasse (col famoso bacio) agli sgherri venuti ad arrestarlo. Effettivamente, trattasi di un’osservazione logica che non fa una grinza. Tuttavia- prosegue Runeberg - il fatto è accaduto e non fu dovuto a mera causalità (inammissibile nella Scrittura), ma “fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell’economia della redenzione”.
Quale ne fu il movente? La tesi che giustifica l’incomprensibile accadimento è quella che, il Verbo, incarnandosi, “passò dall’eternità alla storia, dalla felicità senza limiti alla mutazione e alla morte…e che per rispondere a tanto sacrificio era necessario che un uomo, in rappresentanza di tutti gli uomini, facesse un sacrificio condegno”.

Ecco, dunque, chiarito l’enigma di Giuda Iscariota che Runeberg spiega nel dettaglio: egli fu l’unico, tra gli apostoli, ad intuire la tremenda missione di Gesù e, da buon discepolo, decise di tradire il suo Maestro, abbassandosi alla condizione di delatore e incassando i trenta denari, il prezzo del tradimento, per annichilirsi a livello del peggiore malfattore e così meritarsi la più grande riprovazione.

Nella seconda edizione, il teologo svedese, pur correggendo il tiro su taluni aspetti, confermò la sua interpretazione del comportamento di Giuda che “non può essere ascritto alla cupidigia”, semmai ad un movente opposto e nobile: l’ascetismo illimitato.

Giuda “agì con gigantesca umiltà; si stimò indegno d’esser buono…mortificò il suo spirito. Premeditò con lucidità terribile le sue colpe…e scelse quelle cui non visita alcuna virtù: l’abuso di fiducia e la delazione…Giuda cercò l’inferno, perché la felicità del Signore gli bastava. Pensò che la felicità, come il bene, è un attributo divino, cui non debbono usurpare gli uomini”.

Nella terza edizione, Runeberg estremizzò la sua visione fino ad identificare Giuda come specchio di Cristo. Per quanto possa apparire assurda, la riportiamo, in estrema sintesi e sulla base del racconto che ne fa Borges: Dio, per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda”.

Giuda, dunque, l’incompreso, il Dio sconosciuto. Non a caso il libro di Runeberg si apre con un’epigrafe, da Borges definita “perfida”, che altro non è che un versetto del Vangelo di Giovanni “Nel mondo era, e il mondo fu fatto per lui, e il mondo non lo conobbe”.

Agostino Spataro

(*) “Finzioni”, di Jorge Luis Borges nella traduzione di Franco Lucentini
Edizioni Einaudi, Torino, 2004, pagg.154, euro 7.80.

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