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SICILIA: ANTICAMERA DEL DESERTO ?

Quello che da millenni si è temuto pare che stia avvenendo: il deserto minaccia talune lande costiere e interne della Sicilia. Questo è il succo dell’allarme lanciato da autorevoli studiosi e professionisti partecipanti al 4° congresso siciliano dei dottori agronomi e forestali, svoltosi sabato scorso ad Agrigento, intorno al tema, di per se, eloquente “Agricoltura e lotta alla desertificazione”.
In realtà, non si tratta – è stato precisato- di “desertizzazione”, ma di desertificazione ovvero di uno dei processi più distruttivi delle risorse agricole e ambientali del pianeta.
Con questo sottile gioco di neologismi forse si mira a stabilire un confine rassicurante per l’opinione pubblica e, al contempo, a mettere sull’avviso chi di dovere (governanti, dirigenti di enti preposti, ma anche le stesse categorie professionali scarsamente presenti al congresso) per questa incipiente calamità, destinata ad influire negativamente sul futuro economico ed ambientale dell’Isola.
Come dire: non è il deserto arido e implacabile, ma la sua inquietante anticamera.
Un fenomeno davvero grave che, laddove si manifesta, provoca la degradazione dei suoli e la conseguente riduzione della capacità produttiva di beni alimentari e l’impoverimento della biodiversità, con pesanti conseguenze sulla qualità della vita e sui livelli occupazionali.
Ovviamente, non è solo la Sicilia ad esserne interessata, ma anche diverse regioni meridionali e mediterranee. Tuttavia, nell’isola si registrano i segnali più preoccupanti, soprattutto in talune aree considerate ad alta vulnerabilità che gli specialisti hanno individuato nella piana fra Licata e Gela, intensamente coltivata a serre per primaticci, e nelle vaste zone argillose dell’interno, a cavallo fra le province di Caltanissetta ed Enna, sulle quali si concentra un insieme di cause naturali e antropiche da tempo rilevate e segnalate.
Osservando la mappa dei rischi, si nota come un po’ tutto il territorio siciliano è interessato dalla desertificazione; eccetto la quasi totalità dei territori delle province di Catania e di Messina.
Una condizione arcinota negli ambienti scientifici, accademici e governativi.
Già nel 2001, due studiosi dell’Enea, Maurizio Sciortino e Francesca Giordano, dati alla mano, lanciarono l’allarme: “Attualmente si stima che circa il 7% del territorio della regione Sicilia è altamente vulnerabile alla desertificazione ed il 5,7% della superficie agricola utilizzata è potenzialmente a rischio di salinizzazione.”
Allarme, ovviamente, inascoltato dai responsabili politici ed amministrativi del territorio i quali, oltre a non avere operato alcun serio intervento per la prevenzione, non si sono preoccupati d’introdurre una normativa in materia di tutela dell’ambiente di attenzione al suolo.
Tutto ciò può accadere in una regione, dotata di un’eccezionale (quanto paralizzante) specialità autonomistica, che però non ha ancora recepito la nuova legge nazionale di difesa del suolo.
A parte l’ignavia dei governi, molteplici sono le cause determinanti la progressiva desertificazione che- com’è noto- colpisce in particolare le zone aride e semiaride dove si concentrano fenomeni di siccità, d'erosione e di salinizzazione, oltre a pratiche di ipersfruttamento colturale dei terreni.
Per avere un’idea di quanto siano cresciute, in intensità e in estensione, le zone aride in Sicilia, basta dare un’occhiata alle mappe elaborate dal Servizio idrografico della Presidenza del Consiglio, sulla base del confronto fra due trentenni 1921-1950 e 1961-1990.
Nel primo trentennio, l’indice di aridità interessava soltanto alcune zone della fascia costiera dell’agrigentino e una piccola porzione del territorio della città di Trapani; nel secondo invece si nota un’ulteriore espansione nella provincia di Agrigento, nella fascia costiera a cavallo fra le province di Trapani e Palermo e una significativa emergenza lungo la costa del siracusano.
Che cosa fare di fronte all’avanzata della desertificazione in Sicilia e altrove? La conferenza di Agrigento ha indicato diverse vie già oggi praticabili ed altre da esplorare, possibilmente in cooperazione con enti ed autorità delle diverse zone interessate all’interno del bacino del Mediterraneo e nell’ambito dell’Unione europea, attuando i trattati sottoscritti e ponendo in essere i necessari provvedimenti normativi ed operativi di cui la Sicilia è colpevolmente priva.
In assenza di una chiave interpretativa scientifica e di una moderna legislazione e di un’efficace strumentazione operativa, si rischia di addossarne le cause ad un’improbabile volontà superiore.
Ancora oggi, in Sicilia, quando dal cielo piove la sabbia, capita di sentire qualcuno esclamare “sabbia rossa, castigo di Dio”. Un disarmante candore che forse rievoca un antico racconto popolare arabo secondo cui la creazione del deserto avvenne per volontà punitiva di Allah il quale
” minacciò di far cadere sulla terra un granellino di sabbia ogni volta che l’uomo compie un’azione malefica…Col trascorrere dei secoli e dei millenni, gli uomini divennero sempre più malvagi e fiumi di arida sabbia si riversarono su quell’immenso giardino ch’era la terra…”
Non è più tempo per tali credenze, oggi la scienza fornisce accurate diagnosi sulla natura del fenomeno e idee valide per prevenirlo ed eventualmente combatterlo. Prima che sia troppo tardi. Gli studi ci sono, le esperienze (straniere) anche, manca soltanto la volontà politica d’intraprendere una seria azione per fermare la desertificazione e per ripristinare la fertilità dei luoghi colpiti.
Agostino Spataro

* pubblicato in “La Repubblica” del 15 giugno 2005

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