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IMMIGRATI, OLTRE LAMPEDUSA

Parlando o scrivendo d’immigrati, solitamente ci si ferma a Lampedusa. Sembra che questo immane dramma, umano e sociale, nasca e finisca in questa sperduta isoletta del Mediterraneo.

Come se decine di migliaia di uomini e di donne e le loro putride carrette sorgessero, all’improvviso, dalle profondità abissali del mare tutt’intorno. Una volta consegnati, vivi o morti, al Cpt il problema scompare e la nostra farisaica falsa coscienza torna ad acquietarsi.

Dopo Lampedusa, quasi nessuno sembra interessarsi della sorte che attende gli immigrati, le pene che dovranno sopportare nella loro triste condizione di clandestinità.

Molti saranno rimpatriati verso la “patria”, miserabile e ingrata, da cui sono fuggiti. O, in mancanza di documenti, verso una patria qualsiasi o ristretti in un carcere.
Chi riesce a sfuggire al fermo, vagherà senza meta, per giorni o per mesi, per raggiungere regioni lontane o, addirittura, altri stati di questa Europa opulenta e cinica che brama manodopera a prezzi stracciati e scarica i disagi derivati sulle società e i suoi ceti più emarginati.

Soprattutto le donne, finiranno nelle grinfie di bande di sfruttatori senza scrupoli, anche compatrioti, che le avvieranno alla prostituzione o, nel migliore dei casi, a badare, 24 ore su 24, ai nostri vecchi cui nessuno bada.
Molti s’imboscheranno in un ovile o presso una sperduta fattoria, nelle oscurità maleodoranti di un hotel, di un bar, di un ristorante, di un retrobottega o chissà dove pur di non incappare nei rigori della Bossi-Fini. Fino a quando dovremo assistere a tutto ciò?

In mancanza di una regolamentazione dei flussi e di una tutela giuridica e salariale degli immigrati, avremo (in parte già abbiamo,come documentato dalla scioccante inchiesta de l’Espresso sul caporalato in Puglia) in questa nostra civilissima Europa una moderna schiavitù, simile a quella classica abolita con la Convenzione di Ginevra del 1926.
Ovviamente, fra vecchia e nuova schiavitù c’è qualche differenza fra le quali la più evidente consiste nel fatto che mentre oggi i giovani africani partono per il Vecchio Mondo volontariamente, pagando un esoso passaggio su natanti precari, allora erano catturati nelle foreste da pii mercanti islamici e trasportati, in catene, sopra galeoni olandesi, inglesi, portoghesi, ecc, nei territori del Nuovo Mondo dove venivano acquistati da pii latifondisti cristiani.

Una volta arrivati, l’Europa se li tiene ben stretti, perché ne ha un bisogno estremo: senza questa forza-lavoro a basso costo non potrebbe competere con le nuove potenze commerciali protagoniste della globalizzazione.

Questa è la verità che spiega quel cumulo di contraddizioni che è l’attuale politica migratoria della Ue e dei singoli stati membri.

Lampedusa è divenuta un emblema di questa colossale ipocrisia, principale punto di approdo e di snodo di una scandalosa tratta di esseri umani “assistita”, quando non apertamente sostenuta, da governi e settori delle amministrazioni.

Senza volerlo, la piccola isola pelagica che li vede arrivare e la Sicilia che li vede in gran parte passare, sono testimoni di un fenomeno epocale provocato da un grandioso sconvolgimento politico, sociale, demografico, ecologico che ha travolto le barriere degli stati e sta trasformando il mondo in un mercato globale dove merci e capitali possono circolare liberamente, mentre gli uomini si devono arrestare ai confini nazionali.

Una ben strana concezione dello sviluppo che per affermarsi deve ri-dislocare produzioni, saperi, servizi, capitali, tecnologie, spostando intorno ai nuovi insediamenti masse enormi di forza lavoro sottopagata e non tutelata.

In realtà, stiamo vivendo una lunga fase di convulsione senza che se ne intravedano gli approdi. Dove sta andando il mondo? E questo l’interrogativo più angosciante al quale, forse, si potrebbe rispondere: dove vanno gli emigranti.

Ma torniamo a Lampedusa, alle ripetute tragedie, agli annegati, ai corpi gettati in mare che quotidianamente ci ricordano l’estrema gravità di una situazione che- come denunciano un cartello di forze che, nei prossimi giorni, daranno vita ad una manifestazione sull’isola- non può essere ridotta a mero problema di sicurezza pubblica, ma affrontato come questione centrale della cooperazione euro-mediterranea.

La Sicilia, terra dissanguata dall’emigrazione, dovrebbe reclamare dallo Stato e dalla UE una svolta politica e un nuovo approccio culturale rispetto al fenomeno e, quindi, seri programmi di cooperazione (non il fumoso “Piano Marshall” che di tanto in tanto rispolvera l’on. Cuffaro) per favorire lo sviluppo dei paesi d’origine degli immigrati che stanno perdendo le loro migliori energie. Anche questo è un aspetto devastante di cui preoccuparsi. Soprattutto, da parte di talune forze progressiste che rivendicano la totale “liberalizzazione” degli accessi, senza farsi carico delle conseguenze che determina.

Per averne un’idea non c’è bisogno d’andare in Burkina Faso. Basta venire, d’inverno, in un paese qualsiasi della Sicilia interna per accorgersi dei guasti irreparabili provocati dalla vecchia e dalla nuova emigrazione. Si vedrebbero centri storici abbandonati, interi paesi agonizzanti, senza futuro, abitati da anziani sopra i sessanta anni e da giovani sotto i diciotto. Generazioni, fra loro, molto distanti che formano comunità che vivono solo d’estate, per due mesi all’anno, una vita virtuale fatta di struscio e feste patronali che attirano frotte di nostri emigrati i quali non possono più permettersi le ferie in Spagna o nelle isole greche.
Agostino Spataro

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