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SICILIA: PRESIDENZIALISMO SENZA LIMITI

Per sua natura, il presidenzialismo induce chi ne è investito ad esercitare il potere derivato con una certa iattanza. Tuttavia, mai dovrebbe ledere funzioni e poteri d' altri organi, legittimamente costituiti, in particolare quelli di un Parlamento espresso dalla sovranità popolare e riconosciuto dalla Costituzione vigente.

Il “casus belli” si è già verificato all’Ars dove una maggioranza parlamentare (comprensiva dei deputati di un partito governativo) ha bocciato il progetto, sponsorizzato dal presidente della Regione, d’insediare in Sicilia due impianti di ri-gassificazione.

A leggere i giornali, l’on. Cuffaro, avrebbe dichiarato che non terrà conto di questo come di “qualunque provvedimento votato dall’Ars in contrasto con il programma (di governo, n.d.r)”.

In sostanza, il programma presidenziale o di una maggioranza partitica (che in questo caso è mancata) diventa preminente rispetto alla volontà del Parlamento.

Un’interpretazione alquanto singolare, perfino un po’ delirante, del potere presidenziale che non si era ancora manifestata in Occidente. Neanche Bush è mai giunto a sfidare il Congresso fino a questo punto. Il confronto è sproporzionato, ma forse è necessario per rendere l’idea della gravità di tale affermazione.

Si stenta a crederci, ma, se effettivamente pronunciata, questa frase dovrebbe aprire un conflitto che, prima di essere politico, è costituzionale.

Poiché, si configura come una sfida inaccettabile nei confronti di un Parlamento cui competono il potere legislativo e quelli d’indirizzo e di controllo sull’esecutivo.

Cuffaro può permettersi la sfida perché sa di avere di fronte un’Ars debilitata nel suo ruolo fondamentale, da mesi paralizzata e sfigurata da anni di colpevole lassismo consociativo.

Per altro, la faccenda non presenta solo risvolti giuridici e costituzionali, ma anche politici e di governo e potrebbe determinare un devastante impatto sul già deficitario sistema di funzionamento dell’amministrazione.

Siamo, dunque, in presenza di un decisionismo presidenziale che non trova giustificazione né nell’ordinamento né in rapporto con lo stato di crisi comatosa della Regione.

Visti i risultati catastrofici delle diverse gestioni, nessuno può fare la voce grossa, semmai bisognerebbe avviare una seria riflessione sullo stato di cose presente e sulle soluzioni da individuare per fare uscire l’Isola dal pantano in cui è stata cacciata.

Se ci fosse la predisposizione ad accoglierle, le proposte non mancherebbero e potrebbero venire da vari settori della società, del mondo della cultura e delle professioni, dell’imprenditoria (quella vera che investe i propri capitali), della cooperazione produttiva, dall’interno e dall’esterno dell’Isola.

Ma bisogna far presto perché la situazione permane gravissima e non accenna a migliorare.

Un solo dato: a 60 anni dallo Statuto, la Sicilia accusa il più alto indice (31%) di famiglie viventi al di sotto della soglia di povertà.

La regione ha perduto la sua funzione primaria di organo di autogoverno dei siciliani e di strumento di emancipazione economica e civile, per trasformarsi in un carrozzone erogatore di spesa pubblica, appannaggio di ristretti ceti di clientes e di privilegiati e, insieme, in una sorta di ultimo approdo per masse di precari e per manipoli di disperati.

Insomma, se, invece di enfatizzare il nulla, ci si passasse una mano sulla coscienza si avrebbe una lettura più veritiera della realtà siciliana e la crisi della regione ci apparirebbe in tutta la sua repellente nudità.

Non è la crisi in se che spaventa, quanto l’incoscienza del ceto politico dominante che la nega, per continuare a fare i loro comodi, o di settori dell’opposizione che fingono di non vederla, forse per non impegnarsi a combatterla fino in fondo.

Le crisi ci sono sempre state, in Sicilia e altrove, e talvolta si sono trasformate in occasioni di ripresa. Nel nostro caso, restando così le cose, c’è da dubitare che si possa approdare ad un esito positivo giacchè- nell’attuale scenario- non s’intravedono forze, idee e progetti desiderosi di liberare l’Isola dal malaffare e attivare una nuova dinamica dello sviluppo.

Pessimismo? Speriamo di essere smentiti dai fatti. Tuttavia, è innegabile che, politicamente, in Sicilia si vive un tempo opaco e una gran confusione.
Si coglie un infiacchimento dello spirito pubblico, della fiducia nel sistema dei partiti che debilita ogni aspirazione al cambiamento.
Mentre i giovani siciliani emigrano, fra la gente che resta solo pochi s’indignano mentre una moltitudine, sempre più demotivata, si dibatte fra mille problemi insoluti, nell’affannosa ricerca di una soluzione individuale.

Agostino Spataro

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