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LA PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA IN PROVINCIA DI AGRIGENTO

Mentre in Italia è partita la raccolta di firme contro la privatizzazione della gestione dell’acqua, nell’agrigentino è in corso un duro scontro politico che potrebbe bloccarne la gara. Gara per modo di dire, visto che vi partecipa un solo concorrente: un’associazione temporanea d’imprese private a cui è stata associata, strumentalmente, la “Voltano spa”, un ex ente consortile.

Il condizionale è d’obbligo, tuttavia un fatto è già avvenuto nell’assemblea dell’Ato idrico dove la maggioranza dei sindaci ha votato contro la privatizzazione.

Ma prima di entrare nel merito, consentitemi una riflessione personale, intima, sopra questo controverso tema.

Non so a voi, ma a me succede che al solo parlare di privatizzazione dell’acqua sento come un brivido attraversarmi la schiena. Confesso che l’idea un po’ mi sgomenta. Quasi che i nuovi padroni del prezioso liquido si dovessero impossessare del 70% del corpo dei nuovi clienti che- com’è noto- è fatto di acqua. Esagerato? A ben pensarci, qualcosa del genere, di fatto, potrebbe accadere, a livello inconscio.

In ogni caso, la faccenda è terribilmente seria e va ben oltre il dato economico e/o politico, per configurarsi come una grande questione di principio giuridico, sociale e morale.

Da quando è mondo, l’acqua è un diritto naturale e gratuito. A nessuno può essere consentito che venga trasformata da dono benefico del cielo e della terra in merce strategica nelle mani di compagnie private per farne lucroso commercio.

Tutto ciò diventa, davvero, inammissibile, soprattutto in una provincia povera come quella di Agrigento, socialmente destrutturata e politicamente appiattita su alcune baronie elettorali che, ad ogni elezione, producono una caterva di parlamentari e di uomini di governo che non riescono (o forse non vogliono) a farla uscire dalla marginalità economica.

Il voto dei sindaci raccoglie questa inquietudine inespressa e il disagio dei cittadini che mal sopportano la speculazione privata su un bene primario che porterà ad aumenti notevoli della tariffa e quindi colpirà i già grami bilanci delle famiglie.

Per altro, questo primo risultato, anche se non definitivo, dimostra una verità evidente: quando si lotta in nome degli interessi generali si può vincere. Anche di questi tempi.
Ma andiamo allo specifico dei fatti avvenuti. Dopo alcune sedute andate a vuoto e con la minaccia incombente di un commissario ad acta inviato dalla Regione, la maggioranza dell’assemblea dell’Ato idrico ha bocciato la proposta di affidamento ai privati, per trent’anni, della gestione delle risorse idriche dell’agrigentino.

Nonostante un voto così chiaro, il risultato non può considerarsi acquisito, poiché la maggioranza ha raggiunto soltanto il 61% del quorum richiesto (66%) da norme farraginose e diaboliche che sembrano confezionate per il mero vantaggio dei privati e contro l’interesse pubblico.

Si è registrata una confluenza quasi trasversale che ha preso atto dell’incompatibilità esistente fra alcuni sindaci (bipartisan) che si trovavano nell’imbarazzante condizione di membri del consiglio di amministrazione della Voltano spa e al contempo dell’assemblea dell’Ato idrico che deve deliberare sull’affidamento della gestione all’unica associazione d’imprese di cui è parte la Voltano spa.

Una situazione talmente insostenibile che lo stesso presidente dell’assemblea dell’Ato e della Provincia, il forzista Fontana, si è dovuto schierare per il no. Tutto sembrava filare per il giusto verso. C’erano i numeri per chiudere bene la vicenda, ma al momento del voto il colpo di scena: due sindaci di centro-destra (di Licata e Cammarata) sono spariti improvvisamente dall’aula, impedendo così di raggiungere la fatidica soglia del 66%.

Evidentemente, i due non sono usciti a fare pipì. La loro assenza, infatti, è stata provvidenziale per rimettere in campo il ruolo sostitutivo del commissario ad acta inviato dal dott. Felice Crosta, presidente dell’Agenzia regionale per l’acqua e per lo smaltimento dei rifiuti, più noto per il suo favoloso stipendio di circa 1500 euro… al giorno. Lordi, però.

A questo punto, nel fronte del no si teme che, ritenendo incongruo quel 61%, il commissario potrebbe approvare l’affidamento ai privati che la maggioranza dei sindaci ha bocciato.

I deputati regionali del centro-sinistra (soprattutto i due ds Di Benedetto e Panepinto) hanno richiamato la responsabilità del governo e dell’Agenzia affinché venga rispettata la volontà democraticamente espressa col voto dei sindaci.

Una decisione in contrasto suonerebbe come una sfida che, per altro, assesterebbe un colpo durissimo contro queste popolazioni che l’Istat certifica vivono al di sotto della soglia di povertà, quando non nell’indigenza. Vedremo se le forze contrarie alla privatizzazione sapranno impedire l’arrogante pretesa del governo di procedere nonostante tutto.

Parliamoci chiaro. La vicenda agrigentina dimostra che la Sicilia non può sopportare una politica di privatizzazioni selvagge, speculative, anche quelle camuffate sotto forma di “esternalizzazioni” di certi servizi.

Con questo brutto neologismo non si risolvono i problemi, anzi si aggravano come stiamo vedendo in vari settori: dalla sanità alla scuola, alla pubblica amministrazione, ecc.
Perciò cresce l’esasperazione della gente i cui sibili cominciano ad arrivare alle orecchie, talvolta disattente, del ceto politico dominante e d’opposizione. Nonostante il diffuso disagio popolare, la finanziaria regionale si conferma un meccanismo perverso di spesa improduttiva, mentre la Sicilia rischia il collasso sociale e la crisi civile.
Per evitare tale disastrosa prospettiva, è necessario fermare questo centro destra che ormai naviga a vista nelle acque paludose del clientelismo affaristico e pasticcione. Per il bene di tutti, anche di molti che l’hanno votato.

Agostino Spataro

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