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SICILIA, IL MERCATO ELETTORALE

Se il buon giorno si vede dal mattino, il giorno che si annuncia sarà pessimo. E’ questa la sensazione che si ricava nel constatare il clima di frenesia elettoralistica e di mercantilismo politico che caratterizza questa vigilia di campagna elettorale siciliana per il rinnovo di una fascia importante di amministrazioni locali, fra cui il comune di Palermo.

C’è un gran movimento di persone che si agitano, sgomitano, promettono anche l’impossibile pur di ottenere un posto in lista. In qualsiasi lista.

Il colore politico, i simboli, la tradizione, i valori non contano. L’importante è partecipare.

Ancora più importante è riuscire. Si conferma, cioè, una brutta tendenza che sta scardinando le regole essenziali della politica e quelle della coerenza morale e della pubblica decenza. Le elezioni, soprattutto amministrative, sembrano divenute una sorta di lotteria popolare dove vince chi mette più soldi, chi riesce ad alzare la posta.

Per una candidatura, soprattutto se a sindaco, si è disposti ad investire anche svariate centinaia di migliaia di euro, a cambiare partito e quindi ad autodemolire fiere militanze. E fatto, ancor più grave, è che tutto questo mercanteggiare non sembra provocare scandalo ne tra il ceto politico ne tra l’opinione pubblica. Almeno così è all’apparenza. Speriamo che qualcosa succeda nel segreto dell’urna.

La questione non è solo morale, ma essenzialmente politica poiché si rischia di mandare al governo dei comuni una classe dirigente “neutra”, motivata soltanto da una spasmodica ambizione carrieristica e pertanto più esposta alle tentazioni del lato oscuro del potere sempre più impastato d’interessi spuri e illeciti.

Oltre al nomadismo politico, c’è da rilevare un altro dato preoccupante: gli elettori già sanno per chi potranno votare, ma nulla, o quasi, sanno per che cosa effettivamente andranno a votare.

Non penso ai generici programmi richiesti dalla legge elettorale, ma ad alcune questioni concrete che condizionano, nel bene e nel male, la vita dei nostri municipi e delle comunità amministrate.

In primo luogo alle politiche di bilancio e della spesa ormai esercitata senza validi criteri e senza veri controlli.

La macchina elettorale è già in moto, ma nessuno parla di tali problemi.

In compenso, dilagano i comitati elettorali e la propaganda personale, costosa e forse anche infruttuosa.

Sui muri delle città spuntano come funghi (ed in formato abusivo) i volti sorridenti (mai uno serio!) di uomini noti o sconosciuti che chiedono il voto senza che ancora sia stata formalizzata la loro candidatura.

Sorrisi ammalianti, un po’ fuori di luogo, che vorrebbero infondere un ottimismo manieroso, insipido, che non trova riscontro nel degrado di tante nostre realtà sociali ed economiche e nella condizione difficile delle famiglie e dei tanti giovani disoccupati.

Da questa pletora di candidati la gente si aspetta (forse, dovrebbe pretendere) idee innovative e proposte chiare, precise e scadenzate, sui destini delle città che andranno a governare.

In particolare, si dovrebbe spiegare come s’intende affrontare il rapporto fra spesa e qualità dei servizi comunali.

Questo costituisce un nodo dirimente, un banco di prova per qualsiasi sindaco e consiglio comunale che, alle prese con bilanci sempre più disastrati, potranno amministrare ben poco, se non a costo di gravare i cittadini di nuove imposte, di più pesanti addizionali sul reddito e d’incrementare le tariffe che non si giustificano con la qualità dei servizi erogati.

A causa delle nuove tasse, vivere in Sicilia sta divenendo un lusso per pochi privilegiati e per incalliti evasori fiscali i quali, non pagando correttamente le imposte sul reddito effettivo, si vedono scontati gli importi addizionali. Anche in questo caso pagano i soliti onesti, in generale lavoratori a reddito fisso e pensionati.

Anche questo è un dato nuovo, destinato a incidere sempre di più nella formazione delle entrate locali visto che lo Stato continua a tagliare i trasferimenti agli EE.LL.

Andando a votare bisognerebbe ricordarsi che la spesa locale pesa sempre più direttamente sull’economia delle famiglie. Insomma, non è più come una volta quando si pensava che tanto, alla fine, paga lo Stato, quasi si trattasse di un’entità estranea agli interessi dei cittadini siciliani.

Perciò, non si può consentire agli amministratori di continuare a spendere e a spandere allegramente, come se gestissero soldi propri.

Parliamoci chiaro, il tempo delle vacche grasse è finito da un pezzo. Tuttavia, l’amministrazione in Sicilia (ai diversi livelli) vive molto al di sopra dei mezzi realmente disponibili.

I bilanci degli enti locali non possono più sopportare l’enorme spesa “istituzionale” (1 milione di euro al giorno) e quella per foraggiare stuoli di consulenti la cui “competenza” discende direttamente dalla fedeltà a questa o quell’altra corrente o personaggio politico del centro-destra o del centro-sinistra.

Così come bisogna disboscare la giungla dei finanziamenti in favore di feste di vario tipo, centri studi improvvisati, promozioni di dubbia utilità sociale e culturale, pubblicità per sindaci e assessori camuffata da iniziative che dovrebbero promuovere un improbabile sviluppo, l’export, la cultura.

Su tutto ciò, ed altro, dovrebbero impegnarsi partiti e candidati, già a partire dalla formazione delle liste e delle coalizioni, offrendo agli elettori proposte e garanzie credibili di soluzione.

Agostino Spataro

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