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CHI ANDRA’ IN PARLAMENTO? LO SAPREMO PRIMA DEL VOTO

Col vecchio sistema elettorale per conoscere i nomi degli eletti al Parlamento bisognava attendere la conclusione delle operazioni elettorali. Oggi, invece, col “porcellum” li potremo conoscere al momento della presentazione delle liste, molti giorni prima del voto.

Infatti, da quando vige in Italia la nefanda legge elettorale imposta dal governo Berlusconi, sono i vertici dei partiti a nominare- di fatto- i membri di Camera e Senato.

Al posto degli elettori ai quali è stata negata la possibilità di scegliere, con la preferenza, il candidato/a.

Insomma, un gran progresso democratico di questa seconda Repubblica che non riesce a fuoriuscire da questa tortuosa transizione politica che sembra essere diventata infinita.

In questi giorni, i vertici romani stanno decidendo, in camera caritatis, le famose testate di lista.

Qua e là si segnala qualche dissenso come quello di un gruppo di lavoratrici palermitane dei call-center che non accettano il fatto di mettere a capo della lista PD nella circoscrizione della Sicilia occidentale una ragazza operante in Piemonte e non una loro collega che lavora a Palermo.

Un caso emblematico che conferma un disagio piuttosto diffuso per una procedura che, in assenza del voto di preferenza, trasferisce la facoltà di scelta ad un gruppo ristretto di persone le quali, per quanto autorevoli, si arrogano- di fatto- il potere di nomina del parlamento repubblicano.

Tale metodo è reso possibile dal citato “porcellum” che, oltre ad avere precluso la gestione democratica del fatto elettorale, è in gran parte responsabile dell’instabilità del sistema e dello scadimento del ruolo e della stessa qualità del parlamento.
Il problema non riguarda soltanto i due principali partiti (PdL e PD), ma anche quelli minori che nulla stanno facendo per distinguersi dai maggiori.

Tutti uniti, dunque, in quest’opera titanica di scelta di capilista e candidati-deputati e senatori, di stipulare o revocare alleanze. Nel caso della Sicilia anche i candidati a presidente della regione più autonoma del mondo.

Ma in forza di quali attribuzioni costituzionali questi signori si arrogano tali poteri?
Nella vigente Costituzione i partiti sono nominati una sola volta, all’art. 49, quali strumenti per garantire il diritto di tutti i cittadini “di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

Per altro, nella scansione letterale dell’articolo si può rilevare che i partiti non sono il soggetto ma l’oggetto della volontà dei cittadini di associarsi per concorrere con metodo democratico.

Anche la disposizione numerica delle candidature solleva un altro dubbio di costituzionalità poiché non garantisce, come dispone l’art. 51, a tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso di potere accedere alle cariche pubbliche “in condizioni di eguaglianza…” giacché la formazione della testata di lista assicura ad alcuni l’elezione e la nega ad altri della stessa lista.

Più chiaro di così! Eppure, i capi dei partiti nominano, come se nulla fosse, presidenti e assessori, sindaci e consulenti, primari d’ospedale e manager d’aziende pubbliche o semiprivate ed ora anche i membri del parlamento. Insomma, un’invasione a tutto campo.
Ovviamente, le responsabilità cambiano da un partito all’altro, così come esistono fra i vari leader differenze di stile e di concetto. Tuttavia la crisi incombe su tutti. A destra il disagio è poco avvertito, forse, perché gli elettori sono adusi al dominio del partito-azienda di Berlusconi, ora trasformato in PdL per inglobare nello stesso schema anche An e una miriade di formazioni minori.

Dispiace che il Pd di Veltroni, nato sull’onda di una consultazione democratica (primarie), alla sua prima importante uscita pubblica non abbia usato lo stesso metodo per la scelta dei candidati da eleggere al parlamento.

Che fare? Purtroppo c’è poco da fare, ma quel poco che resta bisognerebbe usarlo per sostituire il meccanismo accentratore del porcellum con una buona dose di democrazia partecipativa.

Partendo dal basso, dalle istanze provinciali e regionali alle quali, in assenza delle primarie, si potrebbe affidare la responsabilità di scelta delle testate di lista, lasciando a Roma la nomina dei capilista.

Questa procedura potrebbe conferire alle candidature una maggiore aderenza al territorio e un minimo di legittimità politica.

Per altro, spingerebbe sostenitori ed elettori alla mobilitazione e aiuterebbe a completare dignitosamente le liste. Poiché senza un forte coinvolgimento sarà difficile mettere in lista candidati autorevoli disposti a candidarsi senza avere alcuna speranza di concorrere all’elezione.


Agostino Spataro

26 febbraio 2008

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