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DOVE ANDRA’ LA SICILIA DI LOMBARDO?

Oggi, si apre la XV legislatura siciliana. Oltre i convenevoli e le amenità del primo giorno da deputato, cominciano a manifestarsi, già nella seduta inaugurale, i problemi politici derivati dalle scelte per la formazione del governo e della stessa presidenza dell’Ars.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole di Palermo: ricomincia la solita, vecchia solfa della lotta per le poltrone, dalle più ambite di un assessorato al posticino in qualche ufficio di presidenza di commissione.

Nonostante la drastica semplificazione della rappresentanza parlamentare (all’Ars sono approdati gli eletti di sole 4 liste) non sono mutati metodi e pratiche dell’esasperante gioco politico che in passato ha paralizzato l’Assemblea e fortemente penalizzato i veri interessi della Sicilia.

Vedremo cosa accadrà nelle prossime ore, tuttavia la sensazione non è certo edificante.
Di fronte a questo bailamme, molti siciliani si domandano: cosa porterà, di nuovo e di meglio, la nuova legislatura? Governo ed Assemblea saranno all’altezza della gravità della crisi della Sicilia e della stessa Regione?

Nessuno chiede la luna nel pozzo. Ma è lecito attendersi almeno un’inversione della tendenza al declino e una ripresa possibile, compatibilmente cioè coi nuovi, preoccupanti scenari che si paventano ai livelli nazionali, europei e mondiali.

A questi e ad altri interrogativi la politica e le istituzioni dovrebbero rispondere con fatti concreti, verificabili.

C’è da sperare che a tale lacuna si possa rimediare in sede di dichiarazioni programmatiche del nuovo governo il cui parto si annuncia molto travagliato e fortemente lottizzato fra i partiti e correnti del centro-destra. Come da manuale Cencelli.

A fronte di una giunta siffatta, varata fuori della Sicilia e subordinata agli equilibri e alle nomine del governo centrale, affollata di “vip delle preferenze”, viene da domandarsi: dov’è il promesso cambiamento, il tanto decantato “nuovo autonomismo”? Sarà per la prossima puntata.

E dire che aveva fatto ben sperare il recente decreto firmato dal presidente Lombardo col quale si riducono gli Ato-rifiuti da 27 a 10, come previsto dalla finanziaria 2007 per semplificare il sistema e ridurre i costi di gestione.

Un provvedimento dovuto, un segnale che va nella giusta direzione, giacché recupera, in parte, lo spirito della legge nazionale che ne indica uno per provincia. Solo in Sicilia, l’autonomia sprecona ha fatto il miracolo della moltiplicazione (per tre) degli Ato che hanno prodotto, quasi ovunque, inefficienze, sperperi e una montagna di debiti (oltre 600 milioni) che Lombardo scarica sulle disastrate casse dei comuni.

Dunque, non è tutto oro quel che riluce. Vedremo nel merito delle norme e sulla base delle scadenze indicate nel decreto che, facendo proprie alcune linee della piattaforma dei movimenti ambientalisti siciliani, propone la necessità di adottare un nuovo piano rifiuti da cui far discendere le scelte e gli strumenti operativi. Compresa la revisione del programma per la costruzione dei termovalorizzatori. Insomma, la partita che Cuffaro aveva chiuso a muso duro, ora si riapre e si potranno rivedere opzioni molto discutibili e concordare, responsabilmente, le misure necessarie per prevenire il disastro di Napoli.

Ma Lombardo potrà continuare con provvedimenti del genere?

Per come stanno le cose in Sicilia, parrebbe proprio di no. Ammesso che lo voglia, non potrà troppo tirare la corda. I suoi alleati non sembrano intenzionati a mettere in discussione il sistema di potere dominante che gravita intorno alla spesa regionale.
Perciò - è prevedibile- che il suo governo avrà una navigazione poco agevole, anche perché si sono ristretti i margini di bilancio e stanno venendo al pettine i nodi della disinvolta spesa regionale. A cominciare da quella per la sanità.

Insomma, la Regione non può essere più gestita con i vecchi sistemi clientelari.

E’ necessaria una svolta profonda nei metodi e negli indirizzi di governo, facendosi venire qualche idea per riformare questo mastodonte svigorito chiamato Regione.

Questa- a me sembra- la questione centrale che riguarda maggioranza ed anche l’opposizione.

Nella nuova situazione politica, importante sarà sapere cosa intende fare il PD, divenuto unico partito d’opposizione. Se intende continuare alla vecchia maniera o cambiare radicalmente registro. Il disastroso risultato elettorale suggerisce la seconda via.

Non si chiede di alzare le barricate, ma che si sviluppi un’azione, costante ed articolata, capace di combinare critica e controllo dell’operato del governo e sforzo per prefigurare un’alternativa.

Perciò, sarebbe utile aggiornare l’analisi e gli strumenti dell’azione politica e parlamentare, rifuggendo dalle facili etichettature che non centrano il vero problema e disorientano la gente. Dopo quella del “cuffarismo”, oggi c’è già qualcuno che parla, e scrive, di “lombardismo”.

A me sembra un modo per semplificare una situazione complessa con l’aggiunta di un suffisso (ismo) al nome del personaggio che la rappresenta. Provvisoriamente.

Quasi che Cuffaro prima e Lombardo oggi impersonassero una nuova dottrina politica e non la continuità della concezione democristiana del potere, aggiornata ai tempi moderni.

Senza offesa, l’unico nome di presidente di regione che- credo- abbia meritato l’attribuzione di tale suffisso è stato, nel bene e nel male, Silvio Milazzo che, in meno di due anni, fece in Sicilia una mezza rivoluzione. Quella si autenticamente autonomista.

Agostino Spataro

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