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COELHO E I PRODIGI D’EMPEDOCLE AKRAGANTINO

Paulo Coelho in uno scritto per la Milanesiana (anticipato da “La Repubblica” del 3 luglio, col titolo “Colui che ferma il vento”) afferma, fra l’altro, che Empedocle divenne noto come “colui che ferma il vento” poiché riuscì ad arrestare i venti che stavano portando la peste in una città.

Il celebre scrittore brasiliano confessa, candidamente, d’avere appreso tali notizie consultando Wikipedia ossia la fonte che egli stesso giudica “la più inaffidabile”.

Il nome della città non è specificato, ma sappiamo che l’episodio avvenne nella natia Akragante (l’attuale Agrigento) e che le cose non andarono precisamente come ha scritto Coelho, ma esattamente al contrario.

Personalmente non ho particolari titoli per confermare o smentire alcunché, tuttavia al pari di tanti agrigentini ho letto qualche libro che tratta della vita e delle opere del grande filosofo che fu anche uno dei più illuminati legislatori del suo tempo.

Da diverse, autorevoli fonti antiche e moderne (escludendo Wikipedia) s’apprende che Empedocle per liberare la città dalla malaria (non dalla peste) fece tagliare, nella parte nord delle mura (fra le colline di Agrigento e di Rupe Atenea), un profondo ed ampio corridoio per far entrare (non per arrestare) il salubre vento di tramontana e così prosciugare le acque stagnanti che infestavano la sottostante vallata dove, allora, si stendeva Akragante, fino al mare.

Qui, ora v’insiste la maestosa Valle dei Templi, “patrimonio dell’umanità” che l’attuale governo regionale vorrebbe far gestire a privati. Ma questa è un’altra storia.

Fra i tanti studiosi che si sono occupati di tale episodio segnalo Michele Caruso Lanza il quale, nella sua pregevole “Topografia agrigentina”, assicura che “ la profondità complessiva del taglio praticato da Empedocle venne a raggiungere da 80 a 100 metri”.

Insomma, un’opera ingegnosa e, per quei tempi, davvero colossale ancora oggi individuabile e per l’appunto chiamata “Vallo d’Empedocle”.

Questo il fatto sul quale tutti gli autori concordano che può essere, dunque, accettato come vero e pertanto distinto dalla miriade di leggende fiorite intorno alla figura e alle opere di Empedocle.

Come quella riportata da Diogene Laerzio nella sua “Vita d’Empedocle”, citata dal Caruso Lanza, secondo cui per liberare la valle dai venti di scirocco che “facevano imputridire i frutti ancora immaturi…Empedocle ordinò che si scuoiassero degli asini, delle pelli si confezionassero otri e si distendessero quegli otri sopra poggi e colline onde imprigionare i venti”.

Forse Coelho, per avvalorare il presunto prodigio empedocleo è ricorso a questa sorta di leggenda metropolitana?

A parte gli esiti altamente improbabili, c’è un altro particolare da evidenziare: per fermare l’irregolare vento di scirocco quanti asini ci avrebbero dovuto lasciare le cuoia?

Agostino Spataro

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