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SICILIA, L’IMPROVVISAZIONE AL POTERE

L’inattesa uscita del governo regionale sul cosiddetto “federalismo energetico” richiede una riflessione poiché non si può affrontare con annunci estemporanei e propositi demagogici una questione così importante, per altro a più riprese denunciata.

Eppure chissà perché, solo oggi, assessori e presidenti, appartenenti a partiti che da 60 anni occupano tutti gli spazi del potere, scoprono che sulla Sicilia pesa un ruolo energetico eccessivo, esorbitante rispetto ai suoi fabbisogni.

Il problema non può essere blandito come una minaccia, ma affrontato con composta responsabilità, nel quadro di un più compenetrato rapporto Stato-Regione e di nuovi sistemi di relazioni con le imprese interessate.

La rivendicazione è sacrosanta è deve essere, finalmente, posta in agenda, ma supportata da motivazioni e strategie più convincenti.

E’ giusto ricordare queste cose agli autonomisti dell’ultima ora che non possono presentarsi come paladini degli interessi dei siciliani dopo decenni d’ignavi silenzi.

La campagna elettorale è finita (e il centro-destra l’ha pure vinto alla grande) perciò è il caso di chiudere con la demagogia e con la tentazione d’entrare in competizione col federalismo egoistico e sostanzialmente dissolutorio (dello Stato nazionale) della Lega nord.

Anche perché appare velleitaria la pretesa della cosiddetta “Lega sud” di Lombardo di voler fare, con lo 0,5% dei voti, da contrappeso a quella di Bossi.

Così agendo, questo malinteso autonomismo potrà provocare nuovi, gravi danni all’immagine e all’economia della Sicilia.

A partire da questa “strampalata” improvvisata estiva, come l’ha bollata Ivan Lo Bello, presidente degli industriali isolani.

Ma anche da un dato culturale e politico.

Noi siciliani abbiamo, certo, tanti guai e non facciamo abbastanza per trarcene fuori, ma sarebbe illusorio pensare di risolverli inseguendo il modello-Lega dei vari Borghezio, Calderoli e compagnia briscola che basano la loro azione su una gretta visione razzistica e culturalmente povera dei rapporti umani e sociali.

Noi veniamo da una storia plurimillenaria che ha prodotto civiltà magnifiche e culture di valore universale, uno spirito tollerante ed aperto agli altri popoli del Mediterraneo e pertanto non desideriamo essere, in qualche modo, associati a movimenti di quel tipo.

Perciò, se Lombardo, per imitare Bossi, pensa di affrontare la “questione energetica” in chiave leghista sbaglia, e di grosso, come hanno stigmatizzato i vertici degli industriali e dei sindacati siciliani, in sintonia con tanta parte delle forze progressiste e responsabili siciliane.

Se il governo regionale dovesse persistere in tale pretesa, rischierebbe d’accendere un contenzioso devastante con lo Stato e con le imprese interessate, col risultato di scoraggiare i nuovi investimenti italiani e stranieri già effettuati o programmati verso la Sicilia.

Insomma, si rischia di trasformare una giusta rivendicazione in una manovra confusa, improvvisata solo per fare cassa.

Come se la clamorosa bocciatura della “tassa sul tubo” non avesse insegnato nulla.

Per altro, credo che la Sicilia non abbia le carte, e i conti, in regola per permettersi il lusso di una sfida così impegnativa.

Prima di avventurarsi per percorsi impervi ed ignoti, bisognerebbe, quantomeno, considerare alcuni fattori importanti: il tanto promesso e mai approvato “piano energetico regionale” e il contesto produttivo e commerciale mediterraneo dentro cui la Sicilia è pienamente inserita e vincolata.

Perciò, prima d’alzare la voce, sarebbe opportuno dotarsi almeno di una seria proposta di piano che, oltre a definire il ruolo specifico dell’Isola in armonia con gli indirizzi programmatici statali e comunitari, individui gli interventi necessari riguardanti le fonti e i sistemi di approvvigionamento, le misure di risparmio, le produzioni da fonti alternative rinnovabili, i modelli di consumo, le questioni tariffarie e quant’altro.

In secondo luogo, ogni ipotesi di politica energetica siciliana dovrà tener conto del nuovo scenario che si sta configurando nel Mediterraneo di cui la Sicilia costituisce uno snodo vitale per i collegamenti fra le diverse sponde.

La crisi dei prezzi petroliferi e dei prodotti derivati è destinata a durare e pertanto s’accrescerà l’importanza strategica dell’area mediterranea in rapporto al mercato mondiale dell’energia.

Tale, interesse è confermato dal fervore politico e diplomatico delle potenze tradizionali, e dalla Francia in particolare (Unione per il mediterraneo), e dall’ingresso nell’area della Russia, primo produttore mondiale d’idrocarburi, che certo non s’accontenterà di un ruolo secondario.

Ed è significativo che la prima apparizione russa nel Mediterraneo è avvenuta in Sicilia, a Priolo, dove il gigante Lukoil ha comprato il 49% della raffineria Erg.

Dopo Priolo, un altro affare colossale si sta trattando a Tripoli: la Gasprom vuole acquistare (per commercializzare) dal governo di Gheddafi “il petrolio e il gas disponibile in Libia”.

Fra i più importanti clienti della Libia c’è l’Italia che riceve notevoli quantitativi di petrolio e 9,2 miliardi di mc di gas che vedono la Sicilia come punto d’approdo.

Insomma, la faccenda è un po’ più complessa e davvero non può essere affrontata con la nuda minaccia di un nuovo balzello.

Agostino Spataro

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