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RICOGNIZIONE NEL SARCOFAGO DI FEDERICO II - TANTO CLAMORE PER NULLA

Dopo circa 6 anni di complesse indagini, sono state presentate alla stampa, l’11 dicembre 2002 nella Sala del duca di Montalto di Palazzo dei Normanni, le risultanze del progetto concernente” Studi, ricerche e indagini sulla tomba di Federico II nella Cattedrale di Palermo”, contenute in tre eleganti volumi stampati a cura dell’assessorato regionale ai Beni culturali e del Centro regionale per il restauro.
Da una ricognizione così lunga e ipertecnologica (e sicuramente molto costosa) era lecito attendersi qualche novità di rilievo; invece le attese del pubblico sono andate, in gran parte, deluse.

Abbiamo letto le dotte analisi settoriali e gli ampollosi interventi istituzionali, ma in quel cofanetto, di raffinatissima fattura, non abbiamo trovato nulla di nuovo riguardo i resti del grande Federico, il cui studio era l’obiettivo prioritario del megaprogetto.
Anzi, da un raffronto fra l’immagine del corpo quasi intatto di Federico, incisa su rame nel 1781, e quelle riprodotte nelle foto a corredo delle introspezioni effettuate dentro il sepolcro porfireo se ne trae una desolante sensazione di sfacelo per l’impietoso sconquasso che vi regna.

Infatti, l’interno del sarcofago assomiglia ad un caotico condominio contenente un ammasso di ossa, in gran parte, enecrotizzate, di oggetti corrosi, mischiati a terriccio e a brandelli di laceri tessuti.
Nessun confronto con il buono stato di conservazione dei resti dei tre inumati rilevato nel corso della ricognizione effettuata nel 1781, i cui esiti furono descritti dal canonico Rosario Gregorio e illustrati da Francesco Danieli nel suo “I regali Sepolcri del Duomo di Palermo”, del 1784, ristampato per l’occasione.
Tutto ciò appartiene ad una realtà preesistente che tuttavia meriterebbe essere indagata e chiarita.

Quello che, qui, interessa esaminare sono i risultati raggiunti a seguito di questa operazione iper tecnologica e multidisciplinare, un colossal nel suo genere, finanziata dalla Regione siciliana e protrattasi dal 1994 al 1999.

Per studiare l’imperiale sepolcro sono stati convocati i migliori specialisti e si è ricorso a qualificate sponsorizzazioni che hanno consentito di allestire un apparato “scenico” (la camera bianca) davvero impressionante, con largo uso di tecnologie e di metodologie sofisticate, che però non ha prodotto gli esiti sperati: trovare le risposte possibili ad alcuni grandi interrogativi che segnano la vicenda umana e politica di Federico e tentare un restauro dei suoi resti mortali e di quelli degli altri due illustri inumati.

In sostanza, c’erano i mezzi e le competenze per conseguire importanti risultati, ma non se n’è fatto quasi nulla per via di un’imposizione che nessuno ufficialmente rivendica e, soprattutto, spiega: l’apertura cosiddetta “minimale” del sarcofago di Federico II.
Chi guarda a queste cose con occhio profano non sa spiegarsi il mistero di una decisione controversa, fortemente limitativa della capacità d’indagine, che- di fatto- ha vanificato l'enorme sforzo compiuto.

Perciò, dopo aver letto le analisi mediche e scientifiche e le esultanti dichiarazioni dei numerosi rappresentanti delle varie istituzioni coinvolte nell’operazione, ci siamo rivolti al professor Francesco Mallegni, paleoantropologo di fama mondiale, per avere qualche ragguaglio sulla vicenda ed anche per conoscere le motivazioni del suo improvviso ritiro dal Comitato scientifico del progetto federiciano di Palermo.

Considerata la caratura scientifica del personaggio, il suo ritiro polemico avrebbe dovuto indurre ad una riconsiderazione della scelta dell’apertura minimale per consentire al prof. Mallegni e ad altri insigni studiosi e scienziati convocati di effettuare gli accertamenti necessari per giungere ad esiti più convincenti e soprattutto per rispondere a taluni interrogativi da secoli insoluti.

Con una tale disponibilità di mezzi e di risorse, si sarebbe potuto accertare, fra l’altro, l’identità e la causa di morte dell’imperatore.
Invece, dello “stupor mundi” non si sa nulla di nuovo. Nel complesso, l’unico elemento di novità è costituito dalla frattura (a forma di taglio) riscontrata alla base cranica del secondo inumato (Pietro III d’Aragona).

Non può, infatti, considerarsi novità l’attribuzione dei resti del terzo cadavere ad una giovane donna senza nome che una lapide assicura appartengano al Duca di Atene, giacché a pagina 105 della citata ristampa del libro del Danieli si legge che “per quanto si poté dallo scheletro conoscere, dovett’essere di donna..”

Già nel corso della ricognizione del 1781 fu intuito il sesso femminile del terzo inumato. In realtà, si è trattato di uno scambio (o di sottrazione?) di cadaveri, di un nuovo mistero, che può legittimare i dubbi sulla vera identità degli altri due.
La faccenda, dunque, si è tinta di giallo; a maggior ragione si dovevano svolgere tutti gli accertamenti possibili. Perché ciò non è avvenuto?

La spiegazione di questo strano comportamento, forse, la si potrà trovare nelle laconiche parole del prof. Renato Albiero il quale, nelle conclusioni scientifiche, si consola asserendo che: “Se un piccolo o grande mistero viene completamente svelato si avvilisce nel tempo quella componente ancora indefinita che attrae il pensiero, si annulla quel piccolo contorno di leggenda…”

Ma se il mistero non doveva essere svelato che bisogno c’era di apparecchiare un’operazione così impegnativa e sicuramente molto costosa, a carico del contribuente siciliano?

In realtà, il “re è nudo” e non si sa che spiegazione dare all’opinione pubblica. Alla luce di tali deludenti risultati, non si capisce come si possa pensare di esportare nei paesi mediterranei o altrove “protocolli” e “metodologie” per l’apertura delle tombe antiche.
Agostino SPATARO

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