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SICILIA, ALLA FIERA DELLE INANITA’

Il Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo pare abbia inventato una nuova tecnica di soluzione di taluni rebus che la politica non riesce a sciogliere per le vie ordinarie.

L’invenzione è stata presentata, in pompa magna, alla festa del movimento, alla fiera campionaria di Messina dove si è vista campeggiare la parola “sudditi” alla quale sono state tagliate “diti” ossia le due sillabe finali. Una scomposizione sillabica imperfetta, anche un po’ goliardica, che per magia fa risaltare il sospirato “Sud”, disperato e appesantito da antichi, irrisolti problemi, sul quale pendono nuove minacce d’emarginazione e insidiose manovre populistiche.

Insomma, i nodi stanno venendo al pettine e non sapendo come risolverli si pensa di riversare il tutto nel solco del classico vittimismo piagnone meridionale, puntando su una pericolosa contrapposizione fra nord e sud, immemori d’aver contratto un accordo di ferro, elettorale e di governo, con la Lega di Bossi e Calderoli.

Una contraddizione evidente, ingestibile specie per chi ha promesso mari e ponti ed ora non sa come mantenere le promesse.

Allora, ecco l’escamotage, quasi un giochino per enigmisti principianti, che vorrebbe risolvere un problema complesso con una sillaba residua, autoproclamandosi “novello liberatore” della Sicilia e dell’intero Sud. Non novello Garibaldi, per carità di bottega!

Sudditi? E di chi? Se si parla di sudditi vuol dire che ci sarà un monarca dispotico, magari straniero, che li ha oppressi o ancor l’opprime. Ma di tiranni, stranieri o nostrani, nemmeno l’ombra negli ultimi 60 anni.

Qualsiasi abitante di questo pianeta sa benissimo che, per mezzo secolo ininterrottamente, la Sicilia, il Meridione e l’Italia intera sono stati (mal)governati dalla Democrazia Cristiana. Solo un alieno, forse, potrebbe bersi la favola dei sedicenti autonomisti.

I siciliani sanno che la realtà attuale di questo partito è anch’essa figlia della diaspora democristiana, avviatasi dopo l’inglorioso crollo della “balena bianca”.

Soprattutto in Sicilia abbiamo assistito ad una sapiente, calcolata opera di distribuzione, d’infiltrazione direi, nei nuovi partiti di capi e capetti delle seconde e terze file dc che oggi sono riusciti a conquistare l’agognata prima fila della politica.

E’ bastato cambiare casacca e nascondere il proprio passato politico per riuscire nel gioco.

Solo pochi hanno avuto la coerenza di continuare a dichiararsi democristiani. Fra questi, gliene va dato atto, Totò Cuffaro, fino a ieri presidente di questa disastrata Regione.
Anche Raffaele Lombardo era di questo avviso fino a tre anni fa, poi, inspiegabilmente, ha cambiato idea e si è inventato il Mpa. Fino ad ora, le cose gli sono andate a gonfie vele. Ma fino a quando? Prima o poi bisognerà onorare gli impegni assunti. E ci vorrà un’espansione illimitata del sistema di potere per accontentare la massa dei nuovi arrivati che certo non sono attratti dal Mpa per le sue adamantine idealità autonomistiche.

Puro trasformismo, dunque. In linea, del resto, con una certa tradizione storica della politica siciliana e meridionale.

Un po’ com’è successo anche in alcune neo formazioni di centro-sinistra, in particolare nel Pd diretto da esponenti che ieri erano ai vertici del vecchio Pci (che non è una marca di computer, ma l’acronimo di partito comunista italiano) ed oggi dichiarano di non essere mai stati comunisti o di esserlo stati per caso o per forza. Quasi l’avessero catturati quelli della vigilanza mentre si trovavano a passare per via delle Botteghe Oscure e sbalzati ai piani alti delle segreterie.

Certo, in politica non è consigliabile la staticità e non c’è nulla di strano nel cambiare idea, senza per questo rinnegare il proprio passato.

Ma lasciamo questi piccoli eroi in tuta mimetica e torniamo alla festa degli autonomisti dove al coro del vittimismo targato Mpa si è aggiunto un esponente influente del governo Berlusconi: quell’ineffabile Gianfranco Miccichè che spesso s’atteggia a padrone del vapore e talvolta, come in questa occasione, a parente povero e indispettito del berlusconismo in salsa milanese. Il sottosegretario ha minacciato ritorsioni nei confronti della Moratti che ha osato criticare la pronta elargizione dei 140 milioni al dissestato comune di Catania, in barba alle norme che dovrebbero regolare i trasferimenti dallo Stato agli enti locali. Il braccio destro (o sinistro?) di Berlusconi se l’è presa pure col progetto di federalismo fiscale propugnato dalla Lega nord ( già varato dal governo di cui egli fa parte) del quale non ci si può fidare.

Meglio tardi che mai. Forse, finalmente, ci si comincia a rendere conto della carica eversiva, dissolvente del progetto leghista che, sotto sotto, mira a scardinare l’unità nazionale e ad emarginare ancor di più il Mezzogiorno e la Sicilia. Altro che le opportunità propagandate dagli esponenti del Mpa!

Il siluro di Miccichè non è sfuggito a Lombardo che però non può seguirlo su questa via, anche se, forse, anch’egli comincia a ricredersi sugli accordi stipulati, in quell’anonima trattoria di montagna, col ministro Calderoli il quale, per altro, l’indomani sarebbe venuto alla festa. La sua presenza, affatto rassicurante, è almeno servita a coniare una nuova definizione della galassia berlusconiana che il rubicondo ministro, in polemica con Miccichè, ha sprezzantemente bollato come un “pollaio” nelle cui liti non desidera entrare.

Siamo alle prime difficoltà e già si parla di polli. Se si dovesse arrivare alla crisi, quella incombente da tutti temuta, chissà a quali degradanti categorie zoologiche si ricorrerà per dipingere gli avversari e gli alleati in dissenso.

Agostino Spataro

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