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MINARETI E CROCIFISSI, UNA PERICOLOSA MISTIFICAZIONE

Due minoranze prevaricano due stragrandi maggioranze- Sicurezza: chi specula e chi la difende- Un precedente illustre: la grande moschea di Roma - Dal dialogo nasce la prosperità condivisa, dalla guerra solo morte e nuove povertà- Quando l’Italia aveva una politica estera- Il Nobel per la pace che… prosegue la guerra- L’import italiano d’idrocarburi: una dipendenza eccessiva da Russia e Libia - Conflitto fra religioni: un’indegna mistificazione- Cristo non ha bisogno di nuovi crociati- Se un non-credente collabora alla costruzione di un luogo di culto.

Due minoranze di fanatici prevaricano due stragrandi maggioranze

Ci risiamo. Di nuovo minareti e crocefissi branditi come spade in questa guerra di simboli che può degenerare in guerra vera. E’ accaduto in passato, anche in Europa, accade, oggi, in tante parti del mondo.

Ancora una volta, Occidente, sempre meno cristiano, e Oriente, sempre più islamico, si guardano in cagnesco a causa di due rumorose minoranze, fanatiche quanto ipocrite, che usano i simboli religiosi per imporre un nuovo “scontro di civiltà” a due sterminate maggioranze silenziose, già ingravidate dei semi malefici dell’odio e dell’intolleranza.
E, alla fine, il mostro nascerà e porterà distruzione e morte fra i nostri popoli impauriti e confusi.

Ma, davvero, non c’è nulla da fare per fermare il fanatismo?

Più il tempo passa più il pericolo si accresce, anche perché dietro questo agitar di simboli spirituali si celano interessi molto materiali, economici e politici.
Tuttavia, le due maggioranze, recuperate alla ragione, sono ancora in grado di sconfiggere i fomentatori di odio e ricacciarli negli anfratti da cui provengono.
La ragione, che stiamo smarrendo, è l’antidoto più efficace contro il fanatismo.
Una luce si vede in fondo al tunnel, ma prima di uscirne c’è tanto da fare, da lottare. Non occorrono armi né altre violenze, ma una generale presa di coscienza e una volontà determinata per ripristinare, in uno spirito di pace e di cooperazione, un dialogo fra popoli e Stati che era stato avviato con successo, non molto tempo fa.

Sicurezza: chi specula e chi la difende

Dopo questo necessario preambolo, andiamo all’attualità, alle ultime polemiche provocate dai leghisti che vorrebbero usare la vittoria del referendum svizzero anti-minareti per scatenare in Italia la caccia all’islamico, dopo quella all’immigrato e a tutti i circolanti “diversi” rispetto al prototipo umano che pretendono di rappresentare.

Nessuno disconosce che la presenza islamica può comportare qualche problema alle comunità d’accoglienza. Si tratta, in gran parte, di problemi risolvibili con la conoscenza e la tolleranza reciproche. Secondo le leggi dell’ospitalità.

Nei casi più ostici, quali possono essere gli atti di terrorismo e i comportamenti delittuosi più allarmanti, è ovvio che il “buonismo” non basta e sono necessarie misure adeguate di prevenzione e di repressione. Secondo la legge penale. Come avviene, del resto, con tutti i delinquenti italiani o di altre nazionalità.

Agli immigrati che vivono in Italia regolarmente bisogna riconoscere gli stessi diritti e doveri dei cittadini italiani. Su questo principio, umanitario e giuridico, si basavano le nostre richieste, in giro per il mondo, a tutela delle comunità d’italiani emigrati non solo meridionali, ma molti veneti, piemontesi, lombardi, friulani, liguri che fuggivano dalla miseria, dall’ingiustizia, dalla guerra. Esattamente, come fanno oggi i migranti provenienti da diverse aree del pianeta.

In Italia, tutti abbiamo almeno un parente emigrato. C’è da sperare che di fronte a un immigrato, nessuno dimentichi questa speciale parentela.

Nemmeno il peggior razzista poiché nell’angolo più recondito del suo animo c’è sempre un barlume d’umanità che, quando s’accende, l’atterrisce.

Anche perché la ruota della storia continuerà a girare e non sappiamo se quelli che oggi rifiutiamo domani potranno essere nostri fratelli di sventura o magari qualcosa di più.
Anche i capi leghisti devono ricordare e riflettere e convincersi che la sicurezza dei cittadini è una cosa seria, una condizione sociale e morale molto più complessa e pertanto una preoccupazione di tutte le forze democratiche italiane e non di loro esclusivo appannaggio.

La divisione non corre fra chi la difende e chi no, ma tra chi agisce in buona fede e chi sopra ci specula, per un pugno di voti.

Un precedente illustre: la grande moschea di Roma

Il divieto d’erigere minareti in Svizzera che si vorrebbe importare in Italia, mi ha riportato alla mente un precedente illustre: la costruzione, negli anni ’80 e 90, della moschea di Roma ovvero la più grande d’Europa sorta nella Città eterna, a poca distanza dal Vaticano cuore pulsante della cristianità.

Qualcosa di più vistoso, monumentale dei tanti magazzini adattati a luoghi di culto. Eppure, non si registrarono posizioni d’intolleranza, di rigetto sia negli ambienti religiosi sia tra le forze politiche e culturali. Certo, ci furono discussioni e polemiche insorte, soprattutto, intorno al problema- anche allora- del minareto. Nel senso che il progetto dell’architetto Paolo Portoghesi prevedeva la costruzione di un minareto più alto della cupola di S. Pietro.

Alla fine prevalse il buon senso e il progetto fu modificato nel senso richiesto e il cupolone continuò a primeggiare sopra i cieli di Roma.

Da notare, che il terreno (30.000 mq ai piedi di Monte Parioli) fu donato dal Comune di Roma al Centro islamico d’Italia ossia l’ente morale incaricato di curare i lavori di costruzione.

Ci vollero tempo ed enormi finanziamenti (sauditi) e un incessante lavorio politico e diplomatico, sovente dietro le quinte, prima di giungere all’inaugurazione, nel 1995.
Oggi, la moschea di Roma convive in pace col quartiere e con la città come luogo di culto per i tanti mussulmani presenti nella capitale e come simbolo di dialogo e di reciproca comprensione fra religioni ed anche fra popoli e Stati.

Dal dialogo nasce la prosperità condivisa, dalla guerra solo morte e povertà

Un fatto, oggi, impensabile in Italia. Altri tempi, si dirà. In realtà, sono trascorsi soltanto una ventina d’anni durante i quali sono cambiati (in peggio) l’approccio, la concezione e la sostanza delle relazioni internazionali dell’Italia, dell’Europa e anche del mondo arabo,

Si è passati, infatti, dal dialogo alla sfiducia, alla provocazione, al conflitto.
Altri tempi. Certo. Allora, era possibile realizzare moschee al centro di Roma, di Parigi, di Oslo, di Berlino, senza scandalo anzi nella più generale concordia.

Erano quelli i tempi di un’Italia solidale e popolare che aveva una politica estera, ampiamente condivisa in Parlamento, aperta al dialogo e alla cooperazione economica, in primo luogo con i Paesi dello scacchiere arabo e mediterraneo.

Una politica di pace che generava nuove occasioni d’incontro, nuovi mercati e commesse importanti per le imprese italiane.

Le buone relazioni politiche e culturali italo - arabe erano la chiave di volta per accrescere il volume degli scambi economici e commerciali.

Insomma, lo sforzo per una convivenza pacifica assicurava all’Italia un ruolo primario nell’area arabo-mediterranea, anche in campo economico.

Oggi, invece, la nostra politica estera verso questo scacchiere si è, di fatto, militarizzata e i risultati sono doppiamente in perdita. Alle ingenti spese per finanziare missioni militari in zone di guerra bisogna, infatti, aggiungere la crescita del deficit commerciale. Oltre, naturalmente, i nuovi rischi, in termini di sicurezza, cui si espone il Paese.

Quando l’Italia aveva una politica estera

Basterebbe fare qualche conto e alcuni confronti fra le bilance commerciali di allora e di oggi per capire le cause dell’attuale svantaggio italiano e scoprire la differenza che corre fra il dialogo e la chiusura razzistica. O se si preferisce fra la cooperazione pacifica e lo scontro di civiltà.

La tanto biasimata “prima Repubblica” era riuscita, in quegli anni, a produrre una politica estera equilibrata, lungimirante e unitaria di cui va dato merito ai tre grandi partiti popolari (Dc, Pci e Psi) e ai loro più prestigiosi dirigenti: Aldo Moro, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, Giancarlo Pajetta, Bettino Craxi, Riccardo Lombardi, ecc.
Abbiamo sostenuto il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli del mondo e quello del popolo martire di Palestina ad avere uno Stato sovrano, senza mai deflettere dalla difesa del diritto all’esistenza d’Israele entro i confini riconosciuti dalle Nazioni Unite. Ovviamente, non si potevano, non si possono, difendere le mire espansionistiche e le sistematiche violazioni delle risoluzioni dell’Onu dei governanti israeliani.

Seguendo la linea della giustizia e della legalità internazionali, abbiamo contribuito a rafforzare la pace nello scacchiere, tutelato il nostro Paese da rischi micidiali e, al contempo, creato importanti occasioni di scambio, reciprocamente vantaggiosi.

In questo nuovo contesto, si era perfino delineata una prospettiva seria di crescita del nostro Mezzogiorno, oggi ricacciato ai margini dello sviluppo, assillato dalla criminalità e ridotto a mero deposito di risorse energetiche al servizio del centro-nord ipersviluppato.

Insomma, ieri l’Italia, col concorso di tutte le forze di progresso, dei lavoratori e degli imprenditori, riuscì a raggiungere primati davvero eccezionali, fino al punto di figurare fra le prime otto potenze industriali del pianeta.

Oggi, il populismo e il “patriottismo” di bottega, per altro molto costoso, stanno vanificando gran parte di quei risultati e avviato il Paese su una china molto preoccupante sia sul terreno politico e democratico sia su quello della coesione sociale e della prospettiva economica.

Il Nobel per la pace che… prosegue la guerra

I fatti parlano da soli e chiaramente. Mentre in Italia si chiudono scuole, ospedali, centri di ricerca si continua a finanziare costose missioni militari all’estero, soprattutto in Medio oriente.

E segnatamente in Afghanistan dove, storicamente, nessun esercito d’occupazione ha mai vinto una guerra. Ci addolora la decisione del presidente Usa, Barak Obama, la cui elezione avevamo salutato con speranza e simpatia, d’inviare altri 34.000 soldati, più altre 6-7 mila dei paesi alleati, fra cui mille nuovi effettivi italiani che Berlusconi si è affrettato a promettere d’inviare.

Da notare che col nuovo incremento il contingente italiano in Afghanistan salirà dal sesto al quarto posto per consistenza numerica.

Dopo otto anni di combattimenti disastrosi quanto inconcludenti, Obama giustifica l’invio “per finire il lavoro” e presto rientrare. Ma quando? In realtà, l’invio è certo, mentre il rientro è solo una promessa aleatoria che nessuno può dire se, e quando, si potrà realizzare. Intanto la guerra farà registrare altre, nuove micidiali impennate.
Meraviglia persino l’aberrante linguaggio di Obama, anche se usato per esigenze di propaganda, che chiama “lavoro” una guerra così terribile e spietata che miete decine di migliaia di vittime militari e, soprattutto, civili.

Così come bizzarra e sconcertante appare la sua decisione di proseguire la guerra, assunta alla vigilia del suo viaggio a Oslo dove andrà (10 dicembre p.v.) a ritirare il premio Nobel per la pace. Boh!

L’import italiano d’idrocarburi: un’eccessiva dipendenza da Russia e Libia.
Ma non divaghiamo, torniamo all’Italia, alla sua politica estera militarista e mercantilista che- come già detto- produce gli alti costi delle missioni e un saldo sfavorevole dell’interscambio globale con i paesi del Medio oriente e dell’area mediterranea.

Particolare preoccupazione dovrebbero destare i dati concernenti l’import d’idrocarburi sempre più elevato (in valore) e concentrato in pochi paesi esportatori con alla testa la Russia di Putin (col 21,8%) seguita dalla Libia di Gheddafi (col 21,2%).

Insieme i due Paesi coprono il 43% dell’import italiano (dati 1° semestre 2009) e, forse, meglio spiegano il senso dell’attuale politica estera italiana.

Insomma, mentre prima la costante di ogni politica estera economica era la diversificazione degli approvvigionamenti, negli ultimi anni la lista dei fornitori si sta restringendo e modificando a favore di alcuni Paesi non propriamente affidabili sotto diversi profili.

Di questo passo, l’Italia rischia una dipendenza eccessiva da governi che, in caso di crisi, potrebbero esercitare pesanti condizionamenti sull’economia del nostro paese.
Quando si dice la sovranità!

Se partiti e Parlamento, ed anche i media, invece che di leggi ad personam, di prostitute, di trans e ruffiani, si occupassero di questi problemi e d’altri consimili certamente avremo una rappresentazione più veritiera del dramma che sta vivendo l’Italia e magari si troverebbe qualche soluzione per uscirne.

Conflitto fra religioni: un’indegna mistificazione

La moschea, i minareti, i crocefissi, le nuove crociate leghiste…tutto è utile per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica, sempre più frastornata e impaurita, dai suoi problemi di vita e di lavoro a quelli presunti o comunque ingigantiti provocati, qua e là, dagli immigrati la cui colpa, forse, è quella di assicurare un importante contributo alla barcollante tenuta della nostra economia. In primo luogo di quella dei “territori leghisti”.

Il rischio più grande che, oggi, corre l’Italia non è dovuto alla presenza degli immigrati, che certo va regolamentata, controllata e anche aiutata, ma l’infiacchimento della democrazia, del ruolo dello Stato causato da queste indecorose risse mediatiche, dalle odiose campagne xenofobe scatenate da certi “politici” che, per dimostrare la loro (in)utilità, devono mostrare in tv la bava delle loro rabbiose provocazioni.

Alieni, gente estranea alla tradizione politica e culturale repubblicana che vorrebbero far passare un’immagine falsata, irriconoscibile dell’Italia: lacerata e impotente, e soprattutto egoista e timorosa del progresso. Anche se il momento è opaco, intimamente ciascuno di noi sa che l’Italia repubblicana non è stata, non è, come la si vorrebbe rappresentare o ridurre a colpi di machete.

La gente è stanca di questa manfrina e desidera un cambiamento capace di recuperare e valorizzare tutte le risorse e le grandi potenzialità esistenti. Per riallinearsi all’Europa e per ridare speranze agli italiani e, in primo luogo, ai giovani i quali, però, dovrebbero darsi una mossa per non restare oggetti passivi di certa politica e conquistare un ruolo da protagonisti nell’opera immane di costruzione di un nuovo futuro. Del loro futuro.

Cristo non ha bisogno di nuovi crociati

Infine, qualche considerazione sull’ipocrita campagna sanfedista a difesa del “crocefisso” cavalcata da taluni politici e sindaci e presidenti provincia che vorrebbero imporlo nelle scuole e in tutti gli uffici pubblici, anche mediante la minaccia di multe salate e provvedimenti coercitivi.

I leghisti perfino sulla bandiera che per anni hanno dileggiato, oltraggiato.
Credo che la gente avrà capito il vero intento di cotanta, interessata premura. Tuttavia, è sempre utile richiamarne l’attenzione per far fallire la manovra portata avanti da partiti e individui che hanno ben poco da spartire con quel Cristo che si pretende di difendere da chissà quali attacchi. Anche il clero cattolico, pur difendendo legittimamente i suoi valori e simboli, ritengo abbia ben compreso il fine di questa rumorosa “improvvisata” e non consentirà a costoro di trascinare la Chiesa nell’anacronistica diatriba.

Anzi, prima o poi, potrebbe richiamare i troppo zelanti politici e amministratori a curarsi degli affari di loro pertinenza. Magari con più efficienza e onestà.
Sarebbe, infatti, molto imbarazzante che il crocefisso fosse difeso da gente che lo calpesta ogni giorno, trasgredendo gli insegnamenti del Cristo dei vangeli per ubbidire ai più bassi istinti del potere. La figura del Cristo è da molti accettata e universalmente rispettata, anche da noi non credenti. Non c’è, davvero, bisogno d’imporla d’autorità, a colpi di multe. Specie in un Paese dove vige una Costituzione laica e tollerante.

Se un non-credente collabora alla costruzione di un luogo di culto

Chiudo con un aneddoto, con un fatto capitatomi a margine della vicenda della moschea di Roma alla cui realizzazione contribuì, soprattutto sul piano dell’iniziativa politica e parlamentare, la nostra Associazione italo - araba, composta dai rappresentanti dei tre principali partiti (Dc, Pci, Psi) e più volta presieduta dall’ex ministro dc Virginio Rognoni.

In questa come in altre importanti vicende, l’associazione svolse una funzione politico/diplomatica parallela a quella del governo e dei partiti che rappresentava.
Un giorno fui invitato per un colloquio dal principe Abdelghassem Amini, un aristocratico afghano, persona di fiducia dei sauditi e, in quanto tale, presidente del Centro culturale islamico d’Italia curatore del progetto della moschea.

Solitamente lo incontravo in delegazione o in qualche convegno. Quella volta m’invitò da solo.

Lo andai a trovare al Centro e dopo il caffè e un po’ di convenevoli, mi rivolse alcune domande a bruciapelo. “Lei è un deputato del Pci? ”- “Certamente”, risposi. “Perciò è un marxista?” – “Sicuro” “Voglio dire ateo?” “Si, sono ateo”.

Domande pleonastiche le sue (sapeva chi ero) propedeutiche a quella più impegnativa: “Allora –mi spieghi- perché un ateo, com’è lei si dichiara, si è tanto adoperato per consentire la realizzazione della moschea? “

Il principe non si capacitava di tanta (mia) “incoerenza” o forse immaginava i comunisti come orde di barbari dediti alla distruzione dei luoghi di culto.

Gli risposi che, in quanto comunista e cittadino di questa Repubblica, mi ero semplicemente adoperato per garantire ai lavoratori di religione islamica, come di altre, il diritto ad avere un luogo di raccoglimento e d’incontro. Esattamente come postula la nostra Costituzione per tutte le religioni, purché non s’ingeriscano nella politica e negli affari di Stato.

Il principe mi volle insignire di una medaglia e mi regalò un bellissimo esemplare del Corano che vergò con una dedica riconoscente: “All’on. Agostino Spataro…per tutto l’aiuto che ha dato all’Islam”. Insomma, c’eravamo capiti.

7 dicembre 2009

* Agostino Spataro è stato membro delle commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati. E’ direttore di “Informazioni dal Mediterraneo” (www.infomedi.it)

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