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I FABBRICANTI DI PROVE

In questa incerta vigilia di guerra, ai piani alti della politica e dei servizi delle diverse parti in causa chissà quante "prove" si stanno fabbricando per catturare il consenso di opinioni pubbliche spaventate, in balia di un'informazione succube ed eterodiretta ? Penso, soprattutto, alle piroette televisive del potente canale satellitare qatariano "Al Jazeera" (ostentatamente troppo libero per un piccolissimo emirato privo di vita democratica), che fa morire e risuscitare Bin Laden, con un tempismo davvero sospetto, secondo i bisogni del momento.

Nulla di nuovo sotto il sole. Fin dagli albori della storia, certa politica ha fatto ricorso alla menzogna, alla contraffazione documentale, alla disinformazione, ha imbastito intrighi e complotti immaginari per liquidare singoli avversari o addirittura interi movimenti e Paesi.
Statisti fedifraghi se ne sono serviti per rafforzare, agli occhi del popolo, la "ragion di Stato", soprattutto quando non esistevano ragioni plausibili per legittimare i loro abietti propositi, quasi sempre, sfociati in tragedia.

Una di queste sicuramente è stata la sanguinosa e illegale repressione del movimento dei Fasci dei lavoratori siciliani, decretata il 3 gennaio 1894, da Francesco Crispi, capo del regio Governo e ministro dell’interno, sulla base di "prove" totalmente false, costruite a tavolino dagli apparati polizieschi, che il capo del governo non si peritò di "sbattere in faccia" agli oppositori socialisti e radicali, nel corso degli infuocati dibattiti parlamentari che precedettero e seguirono la dichiarazione di "stato di assedio" della Sicilia.

In pratica, il siciliano Crispi fece quello che il piemontese Giolitti (suo predecessore) rifiutò di fare: reprimere senza valide motivazioni un movimento popolare, di natura mutualistica e sindacale, reo soltanto di rivendicare nuovi patti agrari e più umane condizioni di lavoro nelle miniere.

Riemerge, in questo caso, la vena di un conservatorismo reazionario, al limite servile, inesauribile nella tradizione politica siciliana che ancor oggi produce sia per il mercato (politico) locale sia per l'esportazione.

Per Crispi e per gli agrari quel movimento doveva risultare eversivo, portatore di un disegno insurrezionale mirante a scardinare l'integrità territoriale del giovane Stato unitario, tale cioè da giustificare lo stato d’assedio e l’applicazione del codice penale militare, in forza del quale sospendere le libertà civili, arrestare, condannare, esiliare e "giustiziare" i dirigenti, compresi i deputati in carica.

In pochi giorni, zelanti funzionari fornirono al governo le "prove" del grave complotto, ovvero due assurde montature: 1°) il "Trattato internazionale di Bisacquino", che sarebbe stato sottoscritto fra rappresentanti del governo francese e dello zar di Russia e l’on. De Felice Giuffrida, capo dei Fasci, da esponenti degli anarchici e da emissari del Vaticano, mirante a staccare la Sicilia dall'Italia per porla sotto la protezione della Francia e della Russia alla quale sarebbe stato concesso un porto della Sicilia sud-orientale; 2°) un "proclama insurrezionale" sequestrato ad un pastaio di Petralia Soprana, col quale s'invitavano ad insorgere "gli operai, figli dei Vespri ... Quando le campane della Matrice e del Salvatore suoneranno ..."

Per attuare il progetto repressivo fu incaricato il generale Morra di Lavriano, cui vennero conferiti pieni poteri e 60 mila soldati (in aggiunta a decine di migliaia già presenti sull'isola), il quale eseguì l'incarico con una spietatezza degna di miglior causa, accanendosi contro masse inermi con metodi brutali e cruenti che produssero 112 morti fra i lavoratori e una sola vittima fra le forze dell'ordine ...

La repressione dei fasci siciliani ha segnato, in maniera infamante, la vicenda umana e politica dello statista riberese. Tuttavia, gli storici non sembra vi abbiano dato un peso adeguato: taluni l'hanno minimizzata, talaltri, addirittura, sottaciuta, forse a causa di un malinteso patriottismo sicilianista.

Massimo Ganci, nel suo "Il caso Crispi", ne addebita la causa "all'ombrosa emotività di Crispi il quale vedeva trame e nemici laddove non esistevano ..."
Un po' poco per motivare quella tremenda responsabilità che costò la vita a centinaia d'inermi lavoratori, di giovani e di donne, mandò in carcere e in esilio migliaia di dirigenti e di personalità progressiste, sconquassò la realtà sociale di decine e decine di comuni e soffocò sul nascere il primo, vero movimento emancipatore della Sicilia post-unitaria che, con la liquidazione dei Fasci, perderà tutti gli appuntamenti con la storia del progresso sociale e civile dell’Italia.

E qui mi fermo, poiché il mio intento non è quello di avventurarmi nella critica storica, ma quello di rievocare un avvenimento cruciale di un passato non tanto remoto che ci può aiutare ad interpretare il nostro, opaco presente; di raccontare, sulla base dei resoconti parlamentari e d'alcuni organi di stampa dell'epoca (da cui ho tratto le citazioni virgolettate), la fabbricazione delle famose prove che supportarono il discorso di Crispi, del 28/2/1894, alla Camera dei deputati.
Ecco alcune perle: "Le relazioni con lo straniero erano pure avviate; ma le definitive decisioni furono prese in un convegno tenuto in dicembre a Marsiglia ... Fu stabilita la insurrezione per la metà di febbraio, ma fortunatamente mancò in alcuni la virtù della pazienza ... Si faceva correre la voce che una guerra sarebbe scoppiata nel 1894, si parlava dell'invasione del Piemonte; di flotte vincitrici nel Mediterraneo, dell'autonomia siciliana (sic!), ed anche di un porto da darsi alla Russia, che assumerebbe la protezione dell'isola nostra."
Questo a proposito del "Trattato di Bisacquino", mentre per denunciare la mancata insurrezione di Petralia Soprana lesse il testo del "proclama" sequestrato al pastaio: "Operai! Figli del Vespro! Ancora dormite? Corriamo al carcere a liberare i fratelli. Morte al Re, agli impiegati. Abbasso le tasse. Fuoco al municipio e al casino dei civili. Evviva il fascio dei lavoratori! Quando le campane della Matrice e del Salvatore suoneranno, assieme corriamo armati al castello, ché tutto è pronto per la libertà."

Presto si scoprirà la ridicola infondatezza del famoso "Trattato internazionale di Bisacquino", così chiamato non perché sottoscritto nel piccolo comune del palermitano, ma perché inventato, di sana pianta, dall’ispettore napoletano Sessi, delegato di pubblica sicurezza a Bisacquino. La questione fu portata in Parlamento anche da Felice Cavallotti il quale, nella seduta del 23/4/1894, dopo aver ricordato ad un imbarazzato Crispi "quando Francesco Crispi, nel 1877, a proposito dello stato d’assedio in Sicilia, denunziava i falsi rapporti dei questori e dei prefetti ..." ironizza sul "famoso trattato fra l’imperatore di Russia, il Presidente della Repubblica francese e l’onorevole De Felice (che, di lì a poco, a causa di questo fantomatico trattato verrà condannato a 18 anni di carcere n.d.r.), conchiuso coll’intervento diplomatico del delegato di Bisacquino"

Ancora più "divertente" è la storia del proclama insurrezionale di Petralia Soprana che Crispi, in polemica con un incredulo Camillo Prampolini, assicurò essere autentico e "firmatissimo".

Napoleone ColajanniFu Napoleone Colajanni (quello buono, da non confondere cioè con l’omonimo ex senatore), in un articolo dal titolo "Un romanzo inverosimile" pubblicato il 7 marzo 1984 sul "Il Secolo" di Milano, a sbugiardare il capo del governo, a denunciare l'artificiosità di detto proclama, frutto della fantasia malefica, della vendetta d'amore del vice cancelliere della locale pretura "perdutamente innamorato di una bella donna moglie di un pastaio. La donna amata non dette ascolto alle disoneste proposte del vicecancelliere e questi, sempre più innamorato e adontato dalle ripulse, le scrisse che, se non consentiva di dargli almeno un bacio, nella qualità di vicecancelliere, avrebbe fatto nascere un diavolo nella sua casa!..." Di fronte all'ulteriore rifiuto "il signor vicecancelliere passò a vendicarsi nel modo più scellerato ... Scrisse precisamente il manifesto firmatissimo impostandolo nella vicina Petralia Sottana all'indirizzo del marito di quella povera donna che aveva respinto le sue laide proposte e scrisse due lettere anonime: una al delegato di P.S. e l'altra al brigadiere dei reali carabinieri di Petralia Soprana, denunziando a loro l'odiato marito come un anarchico che aveva ricevuto del denaro e della dinamite per promuovere la rivoluzione e additò in prova delle sue asserzioni il fatto che per mezzo della posta doveva arrivargli un manifesto sovversivo ..." L'ignaro pastaio fu arrestato sulla base d'imputazioni gravissime "allora la povera moglie sua vinse ogni riserbo e denunziò il vicecancelliere ... questi interrogato confessò il tutto allegando a propria scusa l'aberrazione mentale cagionatagli da una fatale passione! ... E con documenti di questo genere - conclude il Colajanni - si è imbastito un processo scellerato, mostruoso, nel quale sono coinvolti a centinaia, anzi a migliaia i poveri lavoratori e tanti eletti giovani della Sicilia." Che figura per il grande statista di Ribera!

Agostino Spataro

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